Rosignano e Solvay, il cambio d’abito (e di nome) non cambia il monaco

Quando il dibattito razionale sul che fare latita, la fantasia rompe gli argini

[9 agosto 2013]

La locale Unione Albergatori ha recentemente lanciato l’idea di cambiare nome alla frazione di Rosignano Solvay, sostituendolo con quello di Marina di Rosignano. Secondo gli albergatori questo permetterebbe di ridefinire il profilo della località toscana, prescindendo o almeno allentando il “connubio” tra industria e territorio e aprendo anche simbolicamente la strada ad un nuovo modello di sviluppo.

Molte sono state le voci contrarie, soprattutto da parte di chi ricorda come, nel legare il nome del territorio al nome dell’impresa che lo caratterizza da cent’anni, si dichiari un irrinunciabile elemento identitario. Peraltro un sondaggio del quotidiano “Il Tirreno” sembrerebbe indicare, pur con i limiti di un campione non “scientifico”, una maggioranza favorevole al cambio di nome.

Come sempre questi mood dell’opinione pubblica vanno letti con attenzione e rispetto, anche se hanno l’inconfondibile apparenza della sciocchezza estiva. La voglia di cambiare nome (come quella che ogni tanto ci prende come individui di farci crescere la barba o cambiare il colore dei capelli) è più il sintomo di una scontentezza per il presente che il segno di una visione per il futuro.

Rivengono in mente le tante parole dette ai più vari livelli e di recente ancora dalla Regione che “riscopre” Rosignano come polo della chimica, dopo averla pensata – ricordate? – come “distretto energetico” per legittimare il rigassificatore. Rimane il fatto che la comunità locale ancora si interroga su una prospettiva che sia economicamente credibile e socialmente – oltre che ecologicamente – sostenibile. Quando il dibattito razionale sul che fare latita, la fantasia rompe gli argini.

Detto questo, la proposta degli albergatori, ancor prima che inopportuna, appare semplicemente sbagliata per almeno tre motivi. Il primo è che la costruzione di un marchio deve innanzitutto poter riflettere un’immagine reale del territorio. E la Solvay – piaccia o meno – è lì dietro, incombente presenza, non cancellabile nemmeno dal più abile cultore di Photoshop.

In secondo luogo un consulente di marketing, anche mediocre, potrebbe consigliare gli albergatori locali sul fatto che un brand deve avere un carattere di distintività. Meglio Rosignano Solvay, dunque, che racconta una storia singolare, anche se non pacifica, di convivenza tra vocazioni produttive, quella manifatturiera e quella turistica. Meglio soprattutto se prendesse il sopravvento una visione più aggiornata, più generosa e più colta del territorio, che della chimica potrebbe fare anzi un’attrattiva turistica (quante volte si è parlato di un “museo della chimica”…). Molto meglio di una Marina di Rosignano che nel nome e nei fatti è destinata a perdersi nell’anonimato delle tante marine italiane.

Ma il terzo e più grave errore è quello di provare a suggerire un futuro senza chimica e senza industria, perdendo non solo la memoria del passato, ma anche le prospettive di un futuro verde, che proprio a Rosignano (e proprio per quel “Solvay”!) potrebbe avere più credibilità.