“Sblocca Italia”, Legambiente chiede sponda a Chiamparino

[22 ottobre 2014]

Continua l’offensiva di Legambiente contro il decreto “Salva Italia” fortemente voluto dal Premier Matteo Renzi. Oggi il presidente del Cigno Verde, Vittorio Cogliati Dezza, ha inviato una lettera al presidente della Conferenza delle Regioni e delle Province Autonome, Sergio Chiamparino e, per conoscenza, a tutti i Presidenti regionali, per invitarli ad una mobilitazione contro lo “Sblocca Italia” che, introducendo molte deroghe e commissariamenti, emargina proprio gli Enti locali e le Regioni, limitandone ruoli e competenze e riproponendo una centralizzazione dei poteri che già nel passato si è rivelata dannosa oltre che inefficace.

Ecco il testo della lettera:

Egregio Presidente,

anche se oggi l’attenzione delle Regioni è soprattutto concentrata sui tagli previsti dalla manovra finanziaria, vorremmo attirare il suo interesse su alcuni elementi presenti nel decreto “Sblocca Italia”, in discussione alla Camera dei Deputati. Siamo, infatti, fortemente preoccupati per i contenuti di questo decreto, che non solo su alcune questioni strategiche esautora di fatto le competenze delle Regioni e delle Province autonome, ma ripropone una visione vecchia del Paese, che non coglie le sfide del XXI secolo e sbaglia la scelta delle priorità senza individuare criteri di utilità effettiva per il territorio e i cittadini.

Siamo fermamente convinti che il nostro Paese debba essere “sbloccato”, incidendo strategicamente nel quotidiano dei cittadini e delle pubbliche amministrazioni, con un effettivo snellimento delle procedure e una reale delegificazione, puntando alla realizzazione delle opere veramente utili a modernizzare l’Italia, ma non nella direzione individuata dallo “Sblocca Italia”.

Il decreto introduce molte deroghe, ricorre al solito strumento del commissariamento, emargina enti locali e Regioni. L’idea di superare i diversi ostacoli che si riscontrano nella realizzazione delle opere con la gestione commissariale, con la centralizzazione dei poteri o con leggi “libera tutti” si è già rivelata una pia illusione ed ha già fatto molti danni. Vorremo che l’Italia evitasse di ripetere gli stessi errori commessi nel passato.

È profondamente sbagliato il ricorso massiccio allo strumento del commissariamento, proprio alla luce delle passate disastrose esperienze di gestione commissariali in tema di gestione dei rifiuti, depurazione, bonifiche, rischio idrogeologico: oltre a non aver risolto le croniche emergenze, i commissariamenti sono stati spesso causa di sprechi, blocco delle procedure, procedure d’infrazione europee, gestioni non trasparenti e in alcuni casi addirittura illegali.

Anche sulle priorità non ci siamo: nel decreto non troviamo le opere veramente utili al Paese, la cui mancata realizzazione pesa negativamente sulla salute dei cittadini, sulla loro libertà di movimento, sulla possibilità di migliorare la qualità della vita, l’economia locale e nazionale. Proprio su questo tema la scorsa estate Legambiente ha presentato il dossier “#Sbloccafuturo” – che alleghiamo alla presente – individuando le prime 101 opere incompiute utili a modernizzare il nostro Paese.

Il decreto minaccia poi seriamente le competenze delle Regioni e delle Province autonome, alcune delle quali stabilite dalla Costituzione italiana. È il caso delle trivellazioni di idrocarburi previste dall’articolo 38 (“Misure per la valorizzazione delle risorse energetiche nazionali”). Con questo articolo si favorisce di fatto una nuova colonizzazione del territorio (in primis la Basilicata) e del mare italiano (dall’Adriatico allo Ionio, dal Canale di Sicilia fino al mare della Sardegna) da parte dell’industria petrolifera, marginalizzando, in modo incostituzionale a nostro modo di vedere, il ruolo delle Regioni e delle Province autonome.

Col decreto si rischia una nuova ondata di trivellazioni di petrolio con irrilevanti benefici economici e sociali ed elevati pericoli ambientali. Nonostante i rischi di incidenti e di inquinamento legati alle trivellazioni, come già avvenuto in modo disastroso nel Golfo del Messico nel 2010, si mettono a rischio aree di pregio naturalistico e paesaggistico e fiorenti attività economiche legate al turismo e alla pesca per cercare di estrarre petrolio di dubbia qualità che agli attuali tassi di consumo, valutate le riserve certe a terra e a mare censite dal Ministero dello Sviluppo Economico, potrebbe coprire il fabbisogno nazionale per soli 13 mesi.

Al contrario di quanto esplicitamente stabilito dalla giurisprudenza, in particolare dalla Sentenza della Corte Costituzionale n. 383/2005, si cerca di bypassare l’obbligo di “intese forti” con le Regioni, scippando oltretutto le procedure di Valutazioni di Impatto Ambientale (VIA) sulle attività a terra di loro competenza. Gli enti locali vengono di fatto ignorati, arretrando anche rispetto alle disposizioni dell’articolo 35 del decreto legge 83/2012 che stabiliva comunque che fossero acquisito, in sede di VIA, il parere degli enti locali posti in un raggio di 12 miglia dalle aree protette marine e costiere.

Anche sulla gestione dei rifiuti si sceglie la strada sbagliata, optando per l’opzione ormai obsoleta dell’incenerimento, e si punta alla centralizzazione dei poteri, scavalcando le competenze delle Regioni e delle Province autonome.

L’articolo 35 (“Misure urgenti per l’individuazione e la realizzazione  di  impianti di recupero di energia, dai rifiuti urbani e speciali, costituenti infrastrutture strategiche di preminente interesse nazionale”) sembra scritto in un’altra epoca storica.

Il successo della raccolta differenziata finalizzata al riciclaggio di questi anni ha determinato due conseguenze: ha sostenuto sempre di più la filiera industriale del recupero delle materie prime seconde, uno dei pilastri della nostra green economy, e ha notevolmente ridimensionato il bisogno, per la chiusura del ciclo nei vari territori, del recupero energetico da combustione di rifiuti urbani non altrimenti riciclabili. L’aumento del riciclaggio e il trend di riduzione della produzione dei rifiuti renderà sempre più problematica l’alimentazione di impianti “rigidi” come gli inceneritori che notoriamente non possono essere modulati nel flusso di rifiuti alimentati al forno e che quindi sono un evidente problema per l’auspicata massimizzazione del riciclo e dello sviluppo delle politiche di prevenzione.

Il quadro impiantistico sull’incenerimento in Italia è ormai saturo: ci sono regioni dove la potenzialità impiantistica di combustione dei rifiuti è sovradimensionata e quindi va ridotta, dismettendo, senza sostituirli, gli impianti più vecchi (è il caso della Lombardia o dell’Emilia Romagna); ci sono regioni, soprattutto al centro sud, dove sono stati costruiti negli ultimi 10 – 15 anni impianti per bruciare i rifiuti, colmando un deficit impiantistico che per anni è stato raccontato furbescamente come uno dei motivi alla base delle emergenze rifiuti; ci sono regioni dove i risibili quantitativi di rifiuti in gioco rendono superfluo realizzare un impianto dedicato.

In questo nuovo scenario non ha più senso costruire nuovi impianti di combustione dei rifiuti e non si comprende neanche la necessità di ri-autorizzare gli impianti esistenti sulla base del carico termico massimo, con una procedura che permetterà di bypassare l’autosufficienza regionale prevista dalla normativa di settore.

Si tratta, com’è evidente, del’ennesimo incomprensibile regalo alla lobby dell’incenerimento a discapito dell’economia del riciclo, della ricerca e della prevenzione dei rifiuti. Sarebbe invece fondamentale procedere alla realizzazione di impianti di compostaggio e digestione anaerobica per l’organico da raccolta differenziata e per altri rifiuti biodegradabili compatibili (fanghi di depurazione, residui agroindustriali, etc), ancora poco presenti soprattutto nelle regioni centro meridionali, e di tutti gli altri impianti e infrastrutture per la massimizzazione del riciclaggio, per la preparazione per il riutilizzo e per ridurre la produzione dei rifiuti, come previsto dalle direttive europee.

Il decreto poi affronta un tema prioritario per il Governo del Paese, quello del rischio idrogeologico, come dimostrano ancora una volta i disastri e le tragedie di questi giorni. Ancora una volta però si è persa l’occasione di mettere in campo una strategia generale di governo del territorio e dei fiumi e un’efficace politica di adattamento ai cambiamenti climatici per la mitigazione del rischio da frane e alluvioni. Su questo fronte le regioni sono chiamate ad essere protagoniste, con il ruolo di Commissari straordinari affidato direttamente ai Presidenti, per quanto riguarda la spesa e l’esecuzione degli interventi previsti dagli accordi di programma siglati a partire dal 2010 tra Stato e Regioni. Riteniamo però che lo sforzo da fare sia un altro, ovvero quello di applicare una politica duratura nel tempo, efficace e ordinaria di prevenzione e mitigazione del rischio nel nostro Paese. Se veramente vogliamo invertire la tendenza degli ultimi anni, in cui si è speso circa 800 mila euro al giorno per riparare i danni e meno di un terzo di questa cifra per prevenirli, e far partire un programma nazionale di manutenzione e prevenzione, occorre garantire il coordinamento e l’integrazione tra gli strumenti previsti in attuazione delle direttive europee su acqua e alluvioni (2000/60/CE e 2007/60/CE), a partire dalla definizione della Autorità di distretto e dalla loro formalizzazione. Occorre mettere in campo interventi e politiche che prevedano la difesa dalle acque e al tempo stesso la difesa del suolo; ripensare le città e applicare veri e propri Piani di adattamento ai cambiamenti climatici a partire dalle aree urbane, e non nuove sistemazioni di corsi d’acqua come prevede il decreto, favorendo la permeabilità dei suoli, il drenaggio delle acque e la capacità di contenere fenomeni meteorologici sempre più intensi. Bisogna dare priorità agli interventi di delocalizzazione delle strutture presenti in aree a d elevato rischio e favorire la rinaturazione e la riqualificazione dei bacini idrografici e infine uscire dalla logica dei Commissari straordinari e garantire il coinvolgimento e la partecipazione dei territori per la costruzione di una concreta politica di mitigazione del rischio.

Speravamo che il decreto “Sblocca Italia” potesse essere uno strumento fondamentale per modernizzare il nostro Paese, in realtà si sta rivelando una grande delusione e una scommessa persa.

Per questo auspichiamo una Vostra mobilitazione contro un provvedimento che emargina proprio gli Enti locali e le Regioni tornando a un modello vecchio e fallimentare di governo, che centralizza i poteri senza considerare le competenze e le reali esigenze del territorio.

Una Vostra mobilitazione contro questo provvedimento è quindi fondamentale per far prevalere un’altra idea di Paese. Il nostro sostengo in tal senso sarà più che convinto.

 

Vittorio Cogliati Dezza (Nella foto)

Presidente di Legambiente