Chi scende e chi sale con la riforma costituzionale

[24 ottobre 2016]

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Michele Ainis in un articolo su Repubblica intitolato Cinque superstati, le Regioni speciali ha messo nero su bianco un aspetto finora di fatto eluso nel dibattito sul referendum. Eluso non a caso, perché scopre altarini scomodi per uno Stato avvezzo a fare i suoi comodi specialmente nei confronti delle regioni. L’attuale testo, infatti, alle Regioni taglierà le unghie ma non a tutte, perché quelle speciali rimangono fuori dalla giostra.

Insomma quelle ordinarie sono state pesantemente sforbiciate nelle loro competenze mentre quelle speciali non potranno essere neppure toccate se non con una legge costituzionale adottata dallo Stato e solo ‘sulla base di intese con le medesime Regioni’.

Ora, nella IX legislatura (1983-1987) la Bicamerale per le questioni regionali svolse una indagine conoscitiva sulle Regioni speciali di cui fui relatore. Nel documento conclusivo si denunciò soprattutto da parte  del Prof. Paladin ‘l’alto numero di leggi respinte dal Governo e dall’altro l’alto numero di ricorsi delle Regioni speciali e ordinarie alla Corte senza che finora sia mai stato attuato dal Parlamento quell’intervento auspicato dalla nostra stessa Commissione con in un suo documento’.

Come si può vedere i problemi non sono cominciati con il 2001 e già negli anni ottanta erano state avanzate proposte dal Parlamento, ignorate soprattutto dal governo. Chi ha scritto l’attuale testo ha ignorato questi precedenti ‘parlamentari’ che smentiscono la solfa ripetuta fino alla noia che ‘da trent’anni nessuno ha fatto niente per la riforma delle istituzioni’. Quando infatti si è  fatto qualcosa gli estensori dell’attuale testo se ne sono infischiati. E si tratta di problemi che chiunque, vinca o perda, dovrà farci i conti.

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