Scicli, tredici poveri cristi in coda ai telegiornali

[1 ottobre 2013]

Pietà l’è morta. Quei 13 poveri cristi che le onde hanno risputato sulla spiaggia di Scicli, quella carne scura, frustata, derubata ed offesa da mercanti di carne umana, dai volenterosi carnefici della globalizzazione e della mercificazione dell’umano, quelle storie senza nome e speranza, quelle anime perse  scappate  da campi profughi e città inariditi dal sole e dalla guerra, quelle foto finite in pancia ai pesci che qualcuno aspetta in città dove ancora vive un po’ di speranza e dove forse è già caduta la prima neve…  quegli uomini e donne  sono finiti in un minuto finale di telegiornale, inabissati in un palinsesto quasi fossero cani investiti da un pirata della strada ubriaco.

Ieri nei telegiornali ed oggi sulle pagine dei giornali abbiamo assistito all’inversione della notizia, alla mistificazione dell’importanza, mentre la tragedia del mondo veniva a bussare su quella spiaggia siciliana il nostro Paese, immemore del suo passato coloniale ed ignaro del suo futuro meticcio e mediterraneo, si occupava delle bizze senili di un ricchissimo pregiudicato e il cagnolino Dudù ha avuto molto più spazio di 13 esseri umani ingoiati dal mare e vomitati come figli di nessuno su una sabbia sconosciuta.

Si dirà che si tratta del futuro dell’Italia che da 20 anni è prigioniero di un vecchio satiro, ma il futuro è in quei corpi scomposti, annegati in un mare che non sapevano nuotare. E’ in quelle speranze finite sotto la sferza spietata di una criminalità sconosciuta che condiziona e condizionerà sempre più le nostre vite. E’ nel prezzo pagato per speranze di giovani uomini e donne che cercano il futuro. E’ nelle lacrime di chi aspetterà, in Africa o in Siria, in Afghanistan o in Eritrea un amore che  non tornerà, un figlio che non si è salvato un pezzo di pane che non farà ritorno dall’Europa felix, spiaggiato e morto come un delfino stordito sulla spiaggia di questo nostro Paese infelice, anestetizzato dal suo stesso benessere che ha paura di perdere, incanaglito come quel povero vecchio ricchissimo che ci ha fatto prigionieri. E che ha tolto ad un Paese intero la scala sulla quale poggiare i piedi dei valori, salendo il primo gradino della quale c’era e ci deve essere la pietà per  i morti di speranza, per gli affamati di vita, per la gioventù del mondo che affoga non vista nei nostri mari.

Pietà per quelli che eravamo solo pochi decenni fa, quando quelle spiagge e qui confini della speranza le passavamo noi italiani, con gli stessi occhi bianchi di stupore, con lo stesso odore di paura di finire in un abisso sconosciuto dal quale la voce non arriva più, senza diritto di un trafiletto su un giornale.