Lo scimpanzé e l’uva: le radici evolutive della pazienza nei primati (uomo compreso)

La risposta sul funzionamento delle scelte intertemporali potrebbe essere nel metabolismo

[16 maggio 2014]

Uno scimpanzé (Pan troglodytes) aspetta più di due minuti per mangiare se otterrà in cambio tutti e 6 i chicchi d’uva, ma un lemure nero (Eulemur macaco) preferisce mangiare due chicchi d’uva piuttosto che aspettare più di 15 secondi per una porzione più grande. E’ più o meno quello che facciamo noi esseri umani quando scegliamo se fare una lunga fila per entrare in un ristorante dove si mangia bene oppure, per risparmiare tempo, andiamo al fast food.

Nello studio “Evolutionary pressures on primate intertemporal choice” appena pubblicato su Proceedings of the Royal Society B,  Jeffrey R. Stevens esplora proprio le ragioni evolutive per le quali alcune specie di primati aspettano per avere una ricompensa più grande, mentre altre sono più propense a prendere quello che possono ottenere immediatamente.

Stevens,  del dipartimento di psicologia del  Center for Brain, Biology, and Behavior dell’università del Nebraska–Lincoln, spiega che «la selezione naturale ha plasmato i livelli di pazienza per affrontare i tipi di problemi che gli animali si trovano di fronte in natura. Questi problemi sono specie-specifici, quindi anche i livelli di pazienza sono specie-specifici».

Il ricercatore statunitense ha studiato 13 specie di primati, dagli enormi gorilla ai minuscoli  uistitì, e ha confrontato le caratteristiche delle specie con la loro capacità di “scelta intertemporale”, il termine scientifico per quello che potremmo chiamare pazienza, autocontrollo o gratificazione ritardata. Stevens ha scoperto che «le specie con massa corporea più grande, il cervello più grande, la durata di vita più lunga e gli home range più estesi, tendono ad aspettare più a lungo per una ricompensa più grande».

Gli scimpanzé, che in genere pesano circa 45-65 Kg, vivono quasi 60 anni edhanno un territorio di circa 35 Km2,  aspettavano la ricompensa per circa due minuti, il tempo più lungo tra le specie di primati studiati. I tamarini Edipo (Saguinus oedipus), che pesano meno di 500 grammi e vivono circa 23 anni, aspettano circa 8 secondi prima di optare per una ricompensa più piccola ma immediata.

I risultati della ricerca, che ricordano il proverbio “meglio un uovo oggi che una gallina domani” e non dissimili da test fatti sui bambini in altri studi, si basano parzialmente su esperimenti realizzati da Stevens negli ultimi 10 anni con lemuri, uistitì, tamarini, scimpanzé e bonobo al dipartimento di psicologia dell’università di Harvard e negli  zoo tedeschi di Berlino e Lipsia.

In questi esperimenti, i singoli animali hanno scelto tra un vassoio contenente due chicchi d’uva che potevano mangiare subito e un vassoio contenente sei chicchi d’uva che avrebbero potuto  mangiare dopo aver aspettato. I tempi di attesa sono progressivamente aumentati fino a quando l’animale ha raggiunto un “punto di indifferenza”, ossia quando ha optato per la ricompensa più piccola ma immediata, invece di aspettare.

Stevens ha messo insieme questi risultati con quelli degli scienziati che avevano già realizzato esperimenti simili con altri primati. Ha consultato la letteratura in materia per raccogliere dati sulle caratteristiche biologiche di ciascuna specie. Poi, in aggiunta alle caratteristiche relative alla massa corporea, Stevens non ha trovato alcuna correlazione con altre due ipotesi per la pazienza: capacità cognitive e complessità sociale.

Il ricercatore dell’università del Nebraska spiega che «negli esseri umani, la capacità di attendere per premi differiti è correlata a prestazioni più elevate delle performance cognitive come il quoziente di intelligenza, il successo scolastico, i punteggi nei test standardizzati e la capacità della memoria di lavoro. L’ipotesi della capacità cognitiva prevede che le specie con alti livelli cognitivi dovrebbero aspettare più a lungo rispetto a quelle con livelli più bassi». Ma Stevens non ha trovato nessuna correlazione tra i livelli di pazienza e la dimensione del cervello relativa di un animale rispetto alla sua dimensione corporea (ovvero la misura utilizzata per quantificare la capacità cognitiva).

Gli scienziati sostengono anche che gli animali in gruppi sociali complessi hanno un’impulsività ridotta e più pazienza per adattarsi alle gerarchie sociali fatte di dominio e sottomissione. Ma Stevens non ha trovato correlazioni tra le dimensioni dei gruppi delle specie sociali e i loro livelli di pazienza. Il ricercatore crede dunque che «i livelli metabolici possano essere il fattore trainante di collegamento della pazienza con la massa corporea e le caratteristiche fisiche correlate. Animali più piccoli tendono ad avere tassi metabolici più alti. Se hai bisogno di carburante ne hai bisogno ad un certo livello; più velocemente ne hai bisogno e più breve è il tempo che aspetti».

Passando ad un altro primate, i livelli metabolici possono essere anche un fattore di propensione per gli esseri umani ad aspettare. Stevens conclude: «Le decisioni umane sul cibo, l’ambiente, la sanità e perfino le finanze fanno riferimento a pagamenti futuri. I processi mentali che stanno dietro tali decisioni non sono stati ancora ben identificati. Secondo me, questo ci offre percorsi interessanti per iniziare a pensare a quali fattori potrebbero influenzare la pazienza umana. Cosa ci dice la selezione naturale sul processo decisionale? Questa vale per gli esseri umani, così come ad altri animali».