Scuola, guardare indietro per andare avanti?

[18 febbraio 2014]

Caro Direttore, inutile dirti che sono rimasto molto colpito dal tuo editoriale sulla scuola, tanto più che mentre tu “entri” ora da padre nella scuola elementare io ne “esco” perché mio figlio fa la quinta quest’anno.

Mi rendo conto che il mio primo impulso è quello di scriverti “tiriamo a campare”, “stringiamo i denti”, “proviamo a sfangarla almeno noi” ma mi rendo anche conto che questo impulso è diventato ormai tanto automatico quanto patologico. Hai ragione tu infatti a indignarti, a scrivere e ho torto io a dare tutto per scontato, in modo sostanzialmente rassegnato.

Eppure è così: è un paesaggio umano e istituzionale, quello che ci circonda, talmente calcificato e degradato che finisci col pensare che, davvero, l’unica strategia sensata è quella della riduzione individuale del danno, dell’evitare il peggio con le tue sole forze.

Io ho una quindicina d’anni più di te e ho vissuto da protagonista – o almeno con la sensazione di essere davvero protagonista, come del resto tante e tanti – la grande stagione degli anni Settanta, quella in cui si pensava davvero di poter contare, di poter davvero cambiare il mondo e la vita e forse è proprio per questo che mi sento tanto più rassegnato. Misuro infatti quotidianamente, e non posso farne a meno, l’abisso tra le speranze e le sperimentazioni, individuali e collettive, di quei miei anni formativi e l’appiattimento e il senso di abbandono odierno.

Quando mi ritrovo, per rimanere alla scuola, a constatare che i rappresentanti di classe si fanno eleggere per gestire l’esistente soprattutto sulla base di qualche minuscolo calcolo o di qualche piccolissima vanità e se qualcuno prova a candidarsi per qualche obbiettivo un poco più ambizioso viene guardato come fosse un marziano; quando sono costretto a riconoscere che le maestre e i maestri sono le prime a non essere interessate a contrastare la continua e progressiva devastazione dei loro luoghi di lavoro e della loro dignità professionale mentre  quelle/quelli che fanno eccezione vengono visti considerati degli inopportuni estremisti; ecco, a quel punto mi dico: “speriamo di cavarcela almeno noi”. Speriamo cioè che nostro figlio non abbia insegnanti che fanno danni ma le abbia almeno così così; facciamo di tutto per accompagnarlo nel suo percorso formativo, sapendo che siamo noi ad avere tante più responsabilità quanto più la scuola viene lasciata alla deriva. Diamo senza protestare l’anticostituzionale obolo di venti euro l’anno che garantisce almeno le fotocopie-francobollo delle comunicazioni alle famiglie e non aspettiamoci niente di meglio, perché sarebbe solo illusorio.

Si, insomma, è proprio come scrivi nel titolo del tuo editoriale: il nostro è un paese sistemicamente condannato, dalle fondamenta al tetto. È così, e lo sappiamo da un pezzo.

E nonostante questo mi stupisco spesso nell’osservarmi a fare ancora politica, a impegnarmi ancora e ogni tanto mi chiedo se non sono diventato schizofrenico: che senso ha che uno si impegni se la vede così nera?

È una domanda vera, non retorica, ed è anche drammatica. Ed è una domanda che probabilmente ha diverse risposte in qualche modo complementari tra loro.

Forse lo facciamo per abitudine, perché siamo stati abituati a stare dentro la storia, a non poterci pensare fuori di essa; forse per un residuo di rabbia, di indignazione, di reazione intima, incoercibile all’iniquità crescente e alla devastazione che dilaga; forse perché facendo politica possiamo avere la fortuna, a volte, di incontrare persone simili a noi, che sono quelle che vale veramente la pena di incontrare e con le quali vale la pena condividere un cammino; forse perché abbiamo dei figli e non possiamo concepire di non contribuire in qualche modo ad approntare loro un mondo un po’ migliore di questo o quantomeno non ancor peggiore di questo.

Però è un impegno che, anche quando intenso, è per lo più opaco, senza entusiasmo, senza candore, senza slancio immaginativo. È un impegno soprattutto difensivo anche perché vediamo che da anni a quelli e quelle come noi stanno sbarrando il passo e chiudendo tutte le porte, con tenacia e abilità. A livello nazionale, a livello locale, sul lavoro (anche di questo parliamo quando parliamo di crisi della democrazia). E a volte, quando certe partite sembrano proprio disperate, non possiamo fare a meno di ritrarci, abbandonando non solo la critica ma anche la pura testimonianza.

E allora succede che mi capita di mettermi a rileggere le cose di Giorgio Nebbia o altre cose degli anni Sessanta e Settanta e mi dico: «è roba che dovrei rileggere più spesso e far conoscere, perché ci respiri dentro la dimensione mentale di una speranza, di un impegno progettuale, immaginativo, rivolto davvero a un futuro migliore, a un futuro che davvero si apre col nostro contributo». E mi dico che forse anche a questo serve fare lo storico in questo momento: raccontare storie, restituire mondi che ci aiutino a pensare dimensioni diverse da queste.

Caro direttore, scusa lo sfogo, magari anche un po’ emotivo. Però delle nostre “passioni tristi” individuali e collettive a un tempo (hai letto il bel libro di Benasayag e Schmit?) non si parla quasi mai, mentre esse sono il tessuto del nostro vivere quotidiano e condizionano profondamente la possibilità o meno di dare un futuro migliore ai nostri cuccioli.

E quindi credo come te che valga la pena parlarne, almeno di tanto in tanto.

Un caro – e schizofrenico – saluto