Rapporto Ue: nel mondo fenomeno in crescita

Se la globalizzazione iperliberista si nutre di protezionismo

Un problema per il G20 di San Pietroburgo. Il credo liberista ha molte eresie

[3 settembre 2013]

Mentre in Europa si (ri)parla di una debole ripresa economica e in Cina, India e nei Paesi Brics si teme che il boom economico si sgonfi ancora di più, la Commissione europea pubblica un rapporto (Tenth Report on Potentially Trade-Restrictive Measures) sul protezionismo economico che contraddice con l’evidenza dei fatti la sua esortazione iniziale per salvaguardare la ripresa, ossia: «E’ necessario  raddoppiare gli sforzi contro il protezionismo».

Infatti,  dal rapporto Ue viene fuori che «Circa 150 nuove misure restrittive degli scambi sono state instaurate nel corso dell’anno passato, mente solo 18 sono state smantellate». Questo porta a circa 700 il numero dei dispositivi di questo tipo censiti dopo che nell’ottobre 2008 la Commissione Ue ha avviato un’indagine sulle tendenze protezionistiche nel mondo.

Questo secondo rapporto fa il punto sulle misure protezionistiche messe in atto dai principali partner commerciali dell’Ue tra il primo maggio 2012 e il 31 maggio 2013, ed è stato redatto dalla Direzione generale per il commercio della Commissione europea in accordo con gli Stati membri. La serie di rapporti di cui fa parte è iniziata insieme alla crisi economica e finanziaria e ha l’obiettivo di valutare regolarmente come i Paesi del G20 rispettino gli impegni presi durante il summit di Washington nel novembre 2008 di non ricorrere a misure che limitino gli scambi commerciali e di togliere di mezzo le misure protezionistiche esistenti. Il rapporto rivela impietosamente che fra il dire ed il fare c’è di mezzo il mare, come da sempre ricorda la tradizione popolare, e che il credo liberista diventato religione internazionale mostra molte crepe e solide eresie, spesso in Paesi con tassi di crescita elevati.

L’Ue vuole portare questo dossier al summit dei G20 che si terrà a San Pietroburgo, in Russia, il 5 e 6 settembre, e dove il protezionismo sarà uno dei principali problemi in discussione. Il problema è che il Tenth Report on Potentially Trade-Restrictive Measures riguarda 31 dei principali partner commerciali dell’Ue, tra i quali ce ne sono molti che fanno parte del G20: Algeria, Arabia Saudita, Argentina, l’Australia, Bielorussia, Brasile, Canada, Cina, Corea del sud, Egitto, Ecuador, Filippine, Giappone, Hong Kong, India, Indonesia, Kazakistan,  Malaysia, Messico, Nigeria, Pakistan, Paraguay, Russia, Sudafrica, Svizzerala, Taiwan,  Thailandia, Turchia, Ucraina, Usa e Vietnam.

L’iperliberismo finanziario globalizzato si nutre quindi di protezionismo: «Anche se il ritmo è rallentato rispetto al 2011 e al 2012, alcune misure fortemente perturbatrici per gli scambi hanno conosciuto un aumento inquietante, anche mentre l’economia mondiale mostra dei segni di ripresa», si legge nel rapporto.

Secondo Karel de Gucht, commissario Ue al commercio, «Dobbiamo tutti onorare il nostro impegno a lottare contro il protezionismo. E’ preoccupante constatare che quantità di misure restrittive continuano ad essere adottate, mentre praticamente nessuno dei dispositivi esistenti viene abolito. Eppure da molto tempo il G20 ha deciso di evitare le tentazioni protezioniste perché tutti sanno che non possono che frenare la ripresa mondiale a lungo termine». Una versione più che controversa, quella sponsorizzata da de Gucth, in quanto le tendenze proibizioniste portate avanti sul suolo americano dal presidente Obama stanno contribuendo negli Usa una ripresa economica ben più solida di quella europea, continuamente scossa dalla globalizzazione delle merci, senza diritti.

Le principali conclusioni del rapporto, agli occhi dell’Ue, sono comunque altre:

Le misure applicate direttamente alla frontiera sono moltiplicate, in particolare quelle che prendono la forma di un prelievo di diritti all’importazione. I più forti aumenti dei diritti doganali si sono avuti in Brasile, Argentina, Russia (Paesi G20) ed Ucraina.

Le misure che impongono l’utilizzo di beni nazionali e la rilocalizzazione delle imprese hanno continuato ad aumentare, in particolare nei mercati pubblici e il solo Brasile concentra più di un terzo delle restrizioni, seguito da Argentina ed India (tre Paesi del G20).

I partner dell’Ue mantengono le loro misure di rilancio che consistono soprattutto in sostegni alle esportazioni e che spesso sono costituite da programmi di azione molto completi e duraturi che secondo la Commissione Ue «Sono all’origine di serie distorsioni della concorrenza».

Alcuni Paesi continuano a proteggere le industrie nazionali dalla concorrenza straniera «A detrimento dei loro consumatori e di altri settori industriali». Qui sono ancora una volta due Paesi emergenti del G20, Brasile e Indonesia, che secondo l’Ue violano più di tutti i sacri principi del liberismo.