Se potessi avere 3.330 euro al mese, ma non in Svizzera

Perché gli elvetici hanno bocciato il referendum che chiedeva per loro un salario minimo da record

[19 maggio 2014]

Son cambiati parecchio i tempi – almeno in Svizzera – da quando il buon Mazzi, nel 1939, allietava gli italiani cantando Mille lire al mese, una somma considerata da sogno. Figurarsi immaginarla come reddito minimo da garantire a tutti i lavoratori. Ma se ci fosse stato un referendum in proposito, il risultato sarebbe stato scontato? La Svizzera del nuovo secolo ci suggerisce di no. Agli elvetici un reddito minimo da 4mila franchi lordi (circa 3.300 euro) non interessa.

L’iniziativa popolare federale Per la protezione di salari equi (Iniziativa sui salari minimi)‘, lanciata dall’Unione sindacale svizzera è stata sonoramente bocciata dall’elettorato svizzero, come ampiamente previsto dai sondaggi precedenti il voto (e nel suo piccolo anche da greenreport, 6 mesi fa): secondo gli ultimi dati, il 77% dei votanti non ha dato la sua adesione all’iniziativa.

Oggi possono esultare i detrattori – tra i quali lo stesso Consiglio federale –, che parlano di una «Waterloo per il sindacato Unia», mentre i promotori parlano del risultato uscito dalle urne come conseguenza di una «campagna della paura», portata avanti da «seminatori d’ansia» che «sono riusciti a mettere in contrasto un salario equo e la sicurezza del posto di lavoro».

Al sindacato cercano di rialzare la testa sottolineando i successi comunque raccolti durante il cammino verso le urne. Molte aziende, a quanto riferiscono da Unia, negli ultimi mesi hanno alzato preventivamente la soglia dei loro redditi più bassi: si tratta di piccole realtà come anche di grandi multinazionali, e nel loro novero compaiono nomi quali H&M, Lidl, Bata & Co., Aldi. Si tratta di una non trascurabile conquista, ma certo non quanto ci si poteva aspettare da un voto sul reddito minimo tramite referendum.

Il fatto è che, nonostante la Svizzera sia giusto al di là delle Alpi, Berna rimane molto più distante da Roma di quanto potrebbe sembrare. In terra elvetica la disoccupazione è al 4,8%, contro il 13% italiano. Soprattutto, in Svizzera dall’anno scorso è aumentato (dell’1%) il tasso di occupazione, ma gli svizzeri non ne hanno beneficiato: secondo quanto riporta l’Ufficio federale di statistica, «fra il primo trimestre 2013 e il primo trimestre 2014, il numero di lavoratori di nazionalità svizzera era stabile (-0,1%, totale 3,418 milioni) mentre quello dei lavoratori di nazionalità straniera è aumentato (+3,9%, totale 1,419 milioni)». Il referendum sul salario minimo sarebbe andato a favorire soprattutto di quest’ultima fetta di lavoratori e, in definitiva, gli italiani transfrontalieri. Una categoria per la quale gli svizzeri hanno dimostrato di non provare grande simpatia, sempre con un referendum. In media, solo il 9% dei lavoratori – 330mila persone – avrebbe infatti trovato guadagno da un salario minimo così alto (gli altri già guadagnano di più), ma non è un caso se tale quota aumenti fino a raggiungere il 25% nel Canton Ticino, dirimpettaio italiano.

Andata com’è andata, curiosamente (e certo inconsapevolmente)  oggi la Svizzera si trova ad essere l’unico Stato al mondo ad aver avuto la possibilità di introdurre in pochi mesi e tramite referendum un uno dei pilastri storici dell’economia ecologica – come classicamente descritti dall’economista Herman Daly – e di averlo sonoramente bocciato. Tra le principali istituzioni per un’economia in stato stazionario figura infatti quella distributiva, coi suoi limiti minimi e massimi di reddito e al limite massimo di ricchezza. «Senza tali limiti – osserva infatti Daly – la proprietà privata e l’intera economia di mercato perdono la loro base morale». E anche la loro capacità di promuovere il progresso, come i numerosissimi studi sull’avanzare delle disuguaglianze economiche sembrano suggerire.

Bene, la Svizzera ha bocciato ieri una forma di salario minimo, e nel novembre scorso una di salario massimo. Una sentenza senz’appello, dunque? Vogliamo credere piuttosto come sia solo una testimonianza utile a cambiare approccio.

Temi tanto delicati e sottilmente radicati in ogni strato sociale non sono adatti ad essere affrontati con un metodo spartiacque ma tutto di pancia, qual è il referendum (ci sono dunque fondati motivi di credere anche simili quesiti referendari a livello cantonale, pronti ad essere presentati agli elettori, non avranno vita facile). Non è affatto facile spiegare a una società opulenta che anche chi sta peggio ha diritto di migliorare la propria condizione di vita, e che questo comporta un impegno da parte di tutti. Soprattutto in un contesto internazionale, che è anche la sede nella quale decisioni su salario massimo e minimo dovrebbero essere prese.

In tutto questo, qualcosa di buono comunque c’è. Entrambi i referendum che la Svizzera ha bocciato, ma che hanno mobilitato una non trascurabile riflessione di massa (e anche raggiunto qualche effetto pratico) sono stati appoggiati da Verdi e Socialisti insieme. Un’alleanza che anche alle nostre latitudini non sarebbe una cattiva notizia.