Cambiare i curricula scolastici cambia la percezione della politica, ma non dell’ambiente

Il segreto del successo della Cina è nella scuola… ma non è l’istruzione

Un ricercatore italiano svela gli effetti dell’indottrinamento decennale degli studenti

[22 maggio 2014]

I segnali ancora non possono dirsi univoci, ma l’Occidente è seriamente preoccupato: il fulcro dell’asse terrestre potrebbe presto abbandonarlo e di mezzo c’è la scuola. Di sicuro sta scricchiolando da tempo, spostandosi verso est, attratto dalla Cina. Secondo i calcoli della Banca mondiale, già da quest’anno il gigante asiatico si candida a diventare la più grande potenza economica al mondo – anticipando così i tempi della scalata – e i termini del mega accordo per i rifornimenti di gas firmato ieri con la Russia sembra guardare nella stessa direzione.

La Cina ha i suoi grattacapi, ma ha dalla sua parte il vigore della quantità: di operai e di laureati, di industrie e di risorse (dal carbone alle terre rare, e presto anche del gas). Certo, per azzardare previsioni sul progresso è determinante scegliere prima il metro con cui misurarlo. Ma come sapere cos’è importante per la popolazione? Nel dubbio, in Cina hanno pensato che sia meglio scegliere la via dell’indottrinazione. Ma i tempi del libretto rosso di Mao sono passati: ora la sfida è più sottile.

Secondo la poderosa ricerca Curriculum e ideologia, appena pubblicata e capitanata dall’economista italiano Davide Cantoni, da più di 10 anni le autorità cinesi hanno riformato i curricula scolastici con l’esplicito intento di indottrinare gli alunni, e a vedere dai risultati ci sono riusciti abbastanza bene.

«Abbiamo sfruttato un’importante riforma dei libri di testo in Cina, che è stata lanciata tra il 2004 e il 2010 con l’esplicita intenzione di plasmare l’ideologia dei giovani – scrivono i ricercatori – Per misurare il suo effetto, abbiamo condotto un sondaggio che ha coinvolto 2.000 studenti dell’università di Pechino». Si tratta di uno straordinario esperimento sociale a cielo aperto: non tutte le province dell’immensa Cina hanno attuato la riforma con la stessa tempistica, così i ricercatori hanno avuto anche i loro gruppi di controllo. Un’occasione rara, che non si sono lasciati sfuggire, e giungendo a conclusioni che hanno suscitato vivo interesse Oltreoceano. In particolare da parte di Cass Sunstein, giurista amico e stretto collaboratore di Barack Obama nonché uno dei padri del nudge, quel paternalismo libertario che prende piede dall’economia comportamentale.

«A partire dal 2001 – ricorda proprio Sunstein su Bloomberg – la Cina ha deciso di impegnarsi in una riforma nazionale dei suoi curricula, compresi cambiamenti significativi nei libri di testo utilizzati dagli studenti nelle classi 10, 11 e 12. In quell’anno, il ministero cinese della Pubblica istruzione ha dichiarato che l’educazione dovrebbe formare “negli studenti un corretta visione del mondo, una corretta visione della vita, e un sistema di valori corretto”».

Tradotto dal cinese, significa capire cose come il valore della loro “democrazia”, la comprensione dei limiti del libero mercato (e dunque del particolare approccio cinese all’economia, la riabilitazione di quelle figure inizialmente condannate dal comunismo maoista (come i manager e le imprese private), ma anche il rispetto dell’ambiente e delle minoranze etniche. Per raggiungere l’obiettivo i papaveri cinesi si sono mossi dai banchi di scuola, e i risultati gli hanno dato ragione: «La scoperta fondamentale dello studio – sottolinea Sunstein – è che il nuovo curriculum ha fortemente influenzato il pensiero degli studenti».

Gli stessi ricercatori valutano come «questi cambiamenti siano stati spesso efficaci: il nuovo programma scolastico è associato in maniera robusta con un cambiamento del punto di vista sulla partecipazione politica e la democrazia in Cina, verso una maggiore fiducia nei funzionari governativi e una visione più scettica del libero mercato. Dove l’approccio è fallito, in compenso, è nel favorire un maggiore rispetto dell’ambiente e delle minoranze etniche. «È ragionevole ipotizzare che in questi ultimi anni gli studenti cinesi si siano preoccupati soprattutto per la crescita economica, e pertanto fossero meno disposti a voler concentrare la loro attenzione sulla tutela dell’ambiente», osserva Sunstein. Le credenze degli studenti al riguardo delle minoranze etniche, invece, sembrano essersi dimostrate semplicemente impermeabili all’influenza del curriculum.

Il risultato complessivo, comunque, è che oggi in Cina l’uniformità di pensiero è ancora lontana, ma Orwell sembra avvicinarsi con ampie falcate. Una prospettiva interessante per chi crede che la democrazia, da sola, sia oggi insufficiente ad affrontare le sfide che il mondo ci pone innanzi. La Cina ha scelto la strada della distopia, mentre i valori occidentali sembrano (fortunatamente) ergersi a barriera davanti a quest’opzione. Quale che sarà l’alternativa imboccata, dovrà però comunque passare dall’educazione, e dunque dalle scuole e università. Nonostante tutto, questa ricerca ci ricorda come gli studenti (e non solo loro), nonostante tutti i progressi della Cina, siano trattati con più rispetto in Occidente; anche dalla nostra parte della barricata, però, un posto non vale l’altro. L’italiano Davide Cantoni, infatti, è un cervello in fuga all’università Ludwig Maximilian di Monaco, in Germania.