Serve una nuova politica: i trentenni hanno già rottamato il giovane Renzi

Al referendum del 4 dicembre il No più deciso è arrivato dai giovani fra i 25 e 34 anni

[31 gennaio 2017]

Analizzando a freddo i risultati del referendum che ha bocciato la riforma costituzionale lo scorso 4 dicembre emerge chiara la richiesta di una nuova politica da parte delle più giovani generazioni, soprattutto in quella fascia d’età che ha già avuto modo di toccare il mercato del lavoro solo per bruciarsi la mano: i trentenni. Oggi i dati aggiornati dall’Istat ci ricordano i motivi di fondo: a fronte di un tasso di disoccupazione generale del 12% quello dei giovanissimi (15-24 anni) è risalito al 40,1% – all’interno di una popolazione che in buona parte però ancora studia – mentre quello dei “giovani adulti” (25-34 anni) nonostante un timido miglioramento è ancora inchiodato al 17,8%, quasi il doppio rispetto ai 35-49enni (9,7%) e il triplo dei 50-64enni (6,3%).

Non è un caso se dunque proprio dai giovani adulti è arrivata la bocciatura più sonora verso una politica che non è riuscita a incidere sui fatti, come documentano oggi su Neodemos Fabio Bordignon, Luigi Ceccarini e Ilvo Diamanti. Utilizzando i dati rilevati dall’Osservatorio elettorale LaPolis-Demos, gli autori deducono che «il 62% degli uomini (vs. 58% delle donne) ha votato No, così come il 64% di quanti hanno conseguito un titolo studio elevato (vs. il 56% di quanti hanno un grado di scolarizzazione medio-basso). Rispetto alla condizione socio-economica, si distinguono per il loro favore al No i lavoratori indipendenti (76%) e i disoccupati (72%), ma anche gli operai (66%) e gli impiegati (62%)».

Per quanto riguarda l’analisi delle classi d’età, invece, «i votanti più giovani – categoria cruciale nel dibattito post-elettorale – sono stati suddivisi in tre distinti gruppi anagrafici: 18-24 anni, 25-34 anni e 35-44 anni. Andando a scomporre i millennials – cioè coloro che hanno meno di 35 anni – in due gruppi, emerge come i giovani presentino comportamenti di voto piuttosto diversificati al loro interno. Gli elettori la cui età è compresa tra 18 e 24 anni hanno contribuito al No in misura minore rispetto alla media: 57 vs. 60%. Al contrario, il sostegno al No cresce in modo molto più deciso tra i giovani fra i 25 e 34 anni: 72%». Anche le altre fasce d’età immerse nella palude del lavoro che non c’è – quelle riconducibili alla generazione X, dai 35 ai 54 anni – hanno votato in massa No, ma il picco viene raggiunto tra i giovani adulti.

«I dati – osservano gli autori – sottolineano come il No sia meno ampio presso i giovanissimi mentre ha raggiunto il livello più elevato tra i “fratelli maggiori”, fra 25 e 34 anni. I “giovani adulti”, come vengono spesso definiti. Per sottolineare la “difficoltà” di affrancarsi dai vincoli della giovinezza. In particolare, dalla dipendenza dalla famiglia, sotto il profilo economico, ma anche “domestico”. Due su tre, fra loro, vivono ancora con i genitori. Il doppio rispetto ai coetanei francesi e tedeschi. Fra loro si osservano i picchi di incertezza nel futuro (62%), ma anche la convinzione generalizzata della necessità di “emigrare” all’estero, per fare carriera (73%) (fig. 3). Inoltre, la maggioranza di essi (63%) è consapevole che difficilmente riuscirà a raggiungere la posizione sociale dei genitori.

Ha concluso gli studi, oppure li prosegue, per non sentirsi “disoccupato”. Così, non è difficile comprendere le ragioni del No. La “promessa” di rottamare per dare più spazio ai più giovani si è infranta nella cornice di una lunga e interminabile crisi globale. E i “giovani adulti” vivono sospesi, in attesa. Non più giovani e non ancora adulti. Hanno votato No perché non vedono il futuro. Ma senza futuro anche la famiglia diventa una prigione. Anche l’Italia. E a loro non resta che la speranza di “fuggire” da questo paese».

Non a caso negli ultimi dieci anni i residenti italiani all’estero sono aumentati del 54,9%, e sono soprattutto Millennials. Un dato su tutti lascia però aperta una porta alla speranza: nonostante 4 giovani su 5 si sentano ai margini della società, si mostrano anche pronti a metterne in discussione il modello di (non) sviluppo. Quella che l’ultimo rapporto Coop ribattezza la “generazione disagio” si riconosce in una «gerarchia dei bisogni più essenziale, scevra da condizionamenti, maggiormente votata al benessere individuale: la salute innanzitutto, quindi la felicità, il godimento del tempo libero, la libertà e solo in ultima posizione le possibilità di arricchimento mediante l’avanzamento di carriera. Centrale per gli under 35 è l’attenzione all’ambiente: un approccio più “green” che orienta i comportamenti e gli stili di vita». Se c’è una speranza di sostenibilità nel Paese, riparte da qui: alla politica il compito di ascoltarla, nell’interesse di tutti.

L. A.