Si fa presto a dire green…

[23 maggio 2014]

Il sondaggio condotto lo scorso anno dalla Commissione europea, denominato “Opinioni degli europei riguardo alla costruzione del mercato unico dei prodotti verdi” rivela che oltre tre quarti degli intervistati (il 77%) sarebbero disposti a pagare di più per prodotti rispettosi dell’ambiente, se avessero la certezza che lo sono davvero. Ma appena poco più della metà dei cittadini dei 28 paesi dell’Unione Europea (il 55%) ritengono di essere informati sull’impatto ambientale dei prodotti che acquistano e usano.

Non basta, infatti, usare l’appellativo eco o green perché effettivamente si possa sostenere che un prodotto o un processo siano rispettosi dell’ambiente o della salute degli esseri viventi, come  non basta tale appellativo a dare la certezza di aver acquistato un prodotto che davvero lo sia.

Così come non è sufficiente essere sostenitori di una qualsiasi causa ambientalista e di una “tinteggiatura di verde” delle proprie attività, ben divulgata dal marketing e dalla comunicazione, perché un’azienda possa ritenere di aver fatto i conti con la sostenibilità: questo è infatti ciò che si chiama greenwashing e che nulla ha a che fare con il reale impegno in un percorso di miglioramento della sostenibilità delle produzioni e dei prodotti.

La differenza tra chi opera realmente a favore della sostenibilità e chi invece fa greenwashing non è facile da distinguere per il consumatore ed è per questo che vi è ancora una certa diffidenza nei confronti di ciò che porta l’etichetta eco o green e, nonostante lo sforzo di molte aziende per veicolare messaggi riguardanti il loro impegno a tutela dell’ambiente, lo scetticismo del consumatore non sempre si attenua.

Glen Barry, fondatore di EcoEarth, sostiene che le dichiarazioni di greenwashing legittimano le attività di ecocidio, inteso come il collasso sociale, ecologico ed economico del pianeta, di cui l’attuale sistema economico si è reso responsabile.

In poche generazioni il genere umano ha infatti consumato le riserve di combustibili fossili generate in centinaia di milioni di anni, determinando un pericoloso aumento della concentrazione in atmosfera di gas che incrementano l’effetto serra naturale e che innescano rapidi cambiamenti climatici; ha modificato quasi la metà degli ambienti naturali del pianeta con conseguenze sulla biodiversità, con un aumento di tassi di estinzione delle specie che inducono gli esperti a sostenere che ci troviamo nel mezzo della sesta cosiddetta “estinzione di massa” provocata dalle attività di una sola specie, la nostra.

Ma è possibile coniugare economia ed ecologia, senza dover tornare a modelli di riferimento del passato che fanno pensare al ritorno alla candela se si parla di elettricità o alla rinuncia delle innovazioni tecnologiche nel nostro vivere quotidiano?

E’ possibile, se smettiamo però di considerare l’economia cosa a sé dall’ecologia e se adottiamo modelli economici che assumono il problema dei limiti biofisici che i sistemi naturali presentano. Questo è il vero significato della green economy che non significa però limitarsi ad un semplice spostamento di investimenti da attività chiaramente impattanti per la salute e il benessere dei sistemi naturali e sociali, come l’utilizzo dei combustibili fossili, ad altre più sostenibili come l’uso delle energie rinnovabili.

Parlare e praticare la green economy è invece ripensare l’impostazione dell’attuale modello economico ossessionato dalla crescita e dal PIL e al tempo stesso attivarsi per una più equa distribuzione delle risorse affinchè le popolazioni ancora senza reddito e senza servizi possano raggiungere adeguati livelli di benessere ambientale e sociale.

Per questo è necessario applicare un approccio diverso all’uso delle risorse che rappresentano il nostro capitale naturale le cui capacità rigenerative e ricettive presentano dei limiti evidenti.

La green economy dunque dovrebbe muoversi nell’ambito di una complessiva reimpostazione dell’attuale sistema economico che certamente non può considerare come un obiettivo futuro perseguibile esclusivamente la crescita materiale e quantitativa ma avere come barra direttrice la qualità.

Qualità dell’ambiente in cui vivere, qualità dei rapporti sociali, qualità del lavoro, benessere e dignità per l’individuo, rispetto per le generazioni che verranno dopo di noi.

La green economy migliora la capacità delle persone di essere allo stesso tempo produttori e destinatari di benessere nella sua accezione più ampia.

La sfida – di cui spesso si occupa greenreport.it – è passare dalla crescita della quantità alla qualità della crescita: coniugare l’esigenza di ridurre le emissioni di gas serra o il consumo di risorse primarie con la creazione di nuove opportunità di impresa; rispondere alla crescente domanda di beni e servizi con beni e servizi sostenibili; ripensare il modello abitativo e di mobilità, dare valore alla cultura e all’arte, curare la produzione e la trasformazione del cibo, incentivare la ricerca tecnologica e l’innovazione,  indirizzarla per migliorare i processi industriali, per renderli più sostenibili ed efficienti, per migliorare la vita delle persone e aumentare il loro grado di felicità.

L’articolo è tratto da notiziario Weleda http://www.weleda.it/notiziario/