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Sochi 2014: la Russia delle Olimpiadi raccontata da Amnesty International

[14 gennaio 2014]

Sochi, 2014. Divieto di mandare per posta pacchi chiusi, telefoni e comunicazioni via web sotto controllo dall’Fsb, ex-Kgb, 30000 agenti di polizia, 1500 uomini della protezione civile, 5000 telecamere, missili sui confini russi, zona aerea pattugliata da droni e persino sottomarini vicino alla costa. La Russia si prepara alla guerra? No, alle Olimpiadi invernali. I Giochi, i più costosi di sempre, stanno suscitando in tutto il mondo contestazioni, prese di posizione e boicottaggi morali. Una manifestazione sportiva di 18 giorni, con motti accattivanti (Cool, hot, yours), tre diverse mascotte, lo sfarzo per gli oltre 30 miliardi spesi per nuovi impianti e infrastruttre, la massima sicurezza assicurata persino da documenti di identità aggiuntivi per accedere alle gare ostentano apparentemente la grandezza, la modernità, la sicurezza e la giustizia russa. Ma cosa c’è dietro questo baluardo che tenta di velarci gli occhi? È possibile dimenticarsi del problema delle carceri, delle recenti leggi omofobe, degli attentati terroristici di Volgograd, della violazione dei diritti umani? Gli atleti si giocano le medaglie, Putin molto di più.

Ne parliamo con Riccardo Noury, portavoce italiano di Amnesty International, organizzazione internazionale che ha precisi obiettivi da raggiungere per migliorare le condizioni sovietiche.

La torcia delle Olimpiadi può davvero gettare luce sulle violazioni dei diritti umani in Russia? Se sì, in che modo? 

«Mi auguro di sì, almeno l’intenzione di Amnesty International e le aspettative dei gruppi locali per i diritti umani sono quelle. Ovviamente, non dipenderà solo da noi ma da quanto i media vorranno andare oltre l’evento sportivo e da quanto i “protagonisti” (gli atleti, i comitati olimpici nazionali) vorranno superare il luogo comune che “è solo un evento sportivo”».

L’allerta in questi giorni in Russia è alta. Perché la Russia di Putin è scossa da feroci proteste e attacchi terroristici? 

«Naturalmente, ogni forma di terrorismo è inaccettabile e l’idea che si facciano vittime civili come forma di rappresaglia, scegliendo un periodo in cui la Russia ha una grande esposizione internazionale e dunque gli attentati hanno maggiore risalto, è aberrante. Detto questo, le ferite del Caucaso sono ancora aperte. Grozny, la capitale cecena, può essere stata anche ricostruita e l’ordine pubblico può anche essere stato ripristinato in altre parti della regione, come in Daghestan e nell’Inguscezia. Ma il senso di oppressione e di mancata giustizia rimane, così come restano irrisolti numerosi casi di sparizione e di uccisione illegale».

E’ possibile che le discriminazioni del governo russo contro gli omosessuali servano per far passare in secondo piano altre situazioni più gravi e importanti, in modo da distogliere l’attenzione su quelle questioni? 

«Dal punto di vista di un’organizzazione per i diritti umani, la discriminazione per motivi d’identità e di orientamento sessuale è di per sé grave e importante. Non credo che l’omofobia di stato sia un pretesto per nascondere altro o che le persone lesbiche, gay, bisessuali, transgender e intersessuate siano prese di mira per sviare l’attenzione da altro. Un bel documentario di Yulia Matsiy, “Invano mi odiano”, testimonia quanto l’omofobia sia profondamente diffusa nella società e anche all’interno della chiesa ortodossa».

Il mondo occidentale sta muovendo un boicottaggio morale contro la situazione russa: i presidenti di Germania e Francia non presenzieranno ai giochi. Anche il presidente statunitense Barack Obama sarà un grande assente, ma nella delegazione americana saranno presenti due note sportive dichiaratesi omosessuali. Che opinioni hai su queste forme di protesta (e perché l’Italia non fa la sua parte)?

«L’idea di inserire nelle delegazioni persone che possano rappresentare in modo serio il movimento Lgbt è importante e positiva. L’Italia potrebbe e dovrebbe imitarla. In generale, Amnesty International non promuove boicottaggi. Esserci manifestando il proprio dissenso anche attraverso scelte come quelle cui fai riferimento mi pare la cosa migliore».

Cosa pensa Amnesty International dell’annunciata grazia all’ex oligarca Khodorkovsky e al rilascio delle due Pussy Riot Maria Alyokhina e Nadia Tolokonnikova? Che interpretazione dare a questi due gesti?  

«Non avrebbero dovuto passare neanche un giorno in carcere e dunque il fatto che l’amnistia per le due Pussy Riot e la grazia per Khodorkosvky abbiano consentito il loro ritorno in libertà è positivo. Immagino che le ragioni di questo provvedimento non siano state meramente umanitarie. Se i tre prigionieri fossero stati ancora in carcere durante le Olimpiadi, sarebbero diventati delle icone popolari della protesta per il rispetto dei diritti umani».

Il carcere è ancora uno strumento di potere e di pressione politica da parte del Cremlino? E quali sono le condizioni delle carceri russe? 

«Quando è stata proclamata l’amnistia, al di là della soddisfazione per il rilascio di alcuni prigionieri di coscienza, Amnesty International ha detto chiaramente che le carceri avrebbero ripreso a riempirsi se non fossero state abolite le legislazioni repressive. Dunque sì, il carcere è uno strumento di potere e pressione politica o meglio è la conseguenza di leggi liberticide che, esse, rappresentano uno strumento di potere e di violazione dei diritti umani. Le condizioni delle carceri sono dure, tra sovraffollamento e inadeguatezza di cure mediche».

Di cosa si occuperà la campagna internazionale russa di Amnesty International? 

«Chiederemo l’abolizione delle leggi repressive – contro la libertà d’espressione, contro il diritto di manifestazione pacifica, contro le Ong, contro le persone Lgbti – che sono state adottate dal ritorno alla presidenza di Vladimir Putin e la scarcerazione dei prigionieri di coscienza che non hanno beneficiato dell’amnistia».

© Infinito edizioni – 2014