Il nuovo rapporto di Archivio disarmo

Spesa militare, ogni anno in Italia paghiamo 407 euro a testa. Ma sull’ambiente si taglia

Nel mondo spese per 1.700 miliardi di dollari l’anno, per la green economy secondo l’Onu ne basterebbero 1.400

[10 luglio 2013]

Nell’interessante report “La spesa militare in Italia firmato da Fulvio Nibali per Archivio disarmo – Istituto di ricerche internazionali, viene fornito un quadro sulla quantità e sulla qualità della spesa militare che il nostro paese affronta nel 2012, nel 2013 e sugli stanziamenti previsionali relativi alle spese militari per gli Esercizi finanziari 2014 e 2015.

Le opinioni riportate nel report possono essere condivise o meno ma hanno il merito di partire da dati duri, prendendo spunto da documenti ufficiali come la “Nota Aggiuntiva allo stato di previsione per la Difesa per l’anno 2012 e del Documento Programmatico Pluriennale per la Difesa per il triennio 2013-2015”, presentati al Parlamento dall’ex ministro della Difesa Giampaolo Di Paola.

I numeri sono quelli, e certificano per tutti come le spese militari mondiali continuino ad aumentare (ammontando a più di 1700 miliardi di dollari all’anno, senza considerare le spese per il mantenimento degli arsenali nucleari), quando l’Italia spende in media 20 miliardi all’anno per la Difesa, cui va aggiunto un ulteriore miliardo di euro destinato al Fondo Missioni Internazionali detenuto dal ministero degli Affari Esteri.

Sabrina Lesparre e Luc Mampaey, in “Dépenses militaires, production et transferts d’armes – Compendium 2013”, riportano che la spesa militare italiana pro capite relativa al 2011 è di 407 euro, mentre è 401 in Germania, 236 in Spagna, 724 in Gran Bretagna, 687 in Francia (le ultime due sono anche potenze nucleari) e, nella Grecia della piena crisi economica, 519 euro, con una media europea di 417.

A fronte di questi dati due sono le considerazioni da fare. Una in realtà è una domanda. Sono spesi bene questi soldi? Siamo “difesi” bene? Sicuramente qualcuno riterrà insufficienti le risorse destinate al settore, ma è la risposta alle minacce attuali alla sicurezza del Paese che va modificata in senso qualitativo.

L’ex Ministro della Difesa Giampaolo Di Paola, in un’audizione al Parlamento del 2012, ha elencato le seguenti  minacce per l’Italia: terrorismo internazionale; possibile proliferazione di armi di distruzione di massa e vettori balistici; minacce alla libertà di accesso alle risorse a al loro libero commercio; minacce alla sicurezza cibernetica.

Come spiega bene Nibali le risposte migliori a queste potenziali “offese” non sono solo di tipo militare. «L’opzione unicamente militare favorisce l’aumento delle spese militari, con l’incremento della circolazione di armamenti nel mondo. E più armamenti significano maggiori rischi di guerre e maggiori pericoli per la pace. Sarebbe più opportuno impostare modelli di difesa capaci di gestire le emergenze e i rischi in maniera consapevole e capaci di definire quali sono effettivamente le minacce che richiedono risposte di carattere militare e quali, invece, altri strumenti. Uno di questi è la cooperazione internazionale, in Italia da anni trascurata e delegittimata nella sua autonomia. Sarebbe importantissimo creare un dibattito nazionale, aperto alla politica e alla società civile tutta, sulla creazione di un nuovo modello di difesa cha al nostro paese, in questo momento, manca (l’ultimo documento ufficiale del governo risale al Libro Bianco del 2002)».

La seconda considerazione parte da una valutazione del contesto di crisi economica in cui ci troviamo, in cui tutti i settori hanno tirato la cinghia e quindi questa potrebbe essere l’occasione per rivedere il modello di difesa e per quanto possibile adeguare anche gli scenari di investimento, riconsiderando gli impegni presi con i partner internazionali.

Il dibattito attuale intorno al programma F-35 Joint Strike Fighter (su cui non entriamo anche se l’operazione non pare sostenibile da nessun punto di vista)  rientra in questo alveo come anche la questione dei 3 miliardi di euro impegnati per 12 nuove navi, situazioni in cui la nostra economia e occupazione sembrano non avere grandi giovamenti. La crisi economica ha avuto il merito di far riaprire il dibattito sulle spese militari ed evidenziare le discrasie dei finanziamenti per il settore se confrontati con le risorse destinate ad altri comparti ritenuti fondamentali per mitigare le vere emergenze planetarie.

Ogni anno 15 milioni di persone muoiono per malattie legate alla scarsità e alla bassa qualità di cibo e acqua e la Banca Mondiale ha stimato che per debellare queste malattie occorrerebbe investire annualmente 200 miliardi di dollari, ma nessuno stanzia questi soldi.  Secondo una delle conclusioni contenute nel rapporto Towards a Green Economy: Pathways to Sustainable Development and Poverty Eradication, presentato dall’Unep, viene confermato che «un investimento del 2% del Pil mondiale  in 10 settori economici chiave potrebbe, da solo, produrre una transizione dal nostro modello economico attuale (inquinante e inefficace) verso una green economy». Si tratterebbe, rispetto al Pil mondiale 2011, di circa 1400 miliardi di dollari (molti meno di quelli destinati alla spesa militare) da destinare ad  agricoltura, energia, costruzioni, distribuzione dell’acqua, forestazione, pesca, manifattura, gestione dei rifiuti, turismo e trasporti…

Guardando all’Italia si possono fare le stesse considerazioni. Il ministro dell’Ambiente Orlando recentemente ha lamentato una diminuzione rispetto al 2003, di oltre il 70% della dotazione annuale di bilancio del ministero dell’Ambiente e di quasi il 50% del personale. Nel 2009 il bilancio era di 1,2 miliardi di euro ed oggi è di 468 milioni così che il ministero è diventato di gran lunga quello con meno risorse tra quelli “con portafoglio”.

Eppure le competenze in materia ambientale sono aumentate, soprattutto per il rilievo internazionale degli impegni assunti nell’ambito dell’Unione Europea e delle Convenzioni e Protocolli delle Nazioni Unite (quasi 70 tra direttive/regolamenti europei e oltre 20 accordi internazionali ratificati dal Parlamento).

In una situazione di ristrettezze economiche è questioni di priorità che andrebbero una volta per tutte stabilite a livello internazionale, al di la delle proclamazioni sui vari obiettivi del millennio, ma sono in molti ormai a riconoscere come il modello economico attuale abbia comportato una distribuzione iniqua della ricchezza. E le spese militari, come ora sono concepite, sono parte importante del paradigma che non ha funzionato e i cui risultati sono davanti agli occhi di tutti.