Squinzi agli industriali: «Uscire dalla crisi rilanciando il ruolo di una nuova manifattura»

Per il leader di Confindustria occorre «sostenere gli interventi delle imprese sull'adeguamento ambientale degli impianti»

[15 luglio 2013]

Ha usato la metafora calcistica per alleggerire le aspettative e infondere un po’ di umore: in chiusura dell’assemblea generale di Confindustria Livorno, il presidente degli industriali Giorgio Squinzi (nella foto) ha detto che l’Italia ha le carte “per giocare in Champions”, riferendosi ai fattori di competitività che sono stati oggetto di discussione a Livorno presso l’Accademia Nautica.

Il primo pensiero del suo intervento Squinzi l’ha quindi dedicato alla siderurgia e alla sua crisi generalizzata, con particolare riferimento alla significativa presenza di questo settore a Piombino: «La crisi di questo storico stabilimento – ha detto – che ha avviato un percorso di amministrazione straordinaria i cui esiti mi sembrano ancora da definire, ha naturalmente coinvolto anche le aziende dell’indotto con un impatto forte su tutte le attività economiche di quest’area».

«Il problema della Lucchini ha rilevanza nazionale – ha aggiunto – e dev’essere affrontato sia in un’ottica di riorganizzazione complessiva del settore sia fornendo al territorio gli strumenti necessari per affrontare la crisi. Confindustria, insieme con Federacciai, sta sollecitando il governo ad adottare una politica industriale per il settore volta al rafforzamento competitivo della produzione di acciaio sul nostro territorio».

Squinzi ha poi citato la collaborazione a livello europeo con il commissario Tajani per la predisposizione del piano di azione presentato lo scorso maggio e i suoi elementi di forza, ovvero «la possibilità di accedere a finanziamenti per la ricerca e l’innovazione tecnologica e l’attivazione di finanziamenti della Bei (Banca Europea degli Investimenti) per sostenere interventi delle imprese sull’adeguamento ambientale degli impianti».

Proprio su questi punti il numero uno di Confindustria ha esortato il governo ad attivare «un confronto per rendere immediatamente operativi gli strumenti definiti in sede europea», a dimostrazione che l’esigenza ambientale è un problema non più rinviabile anche per il settore secondario. Rappresenta anzi il punto focale dal quale ripartire a costruire l’industria del XXI secolo: il secolo delle risorse. Se nel passato il più grande freno alla prosperità dell’industria era la carenza di capitale economico, adesso lo scoglio è rappresentato dalla scarsità delle risorse, i cui prezzi – in media, e non parliamo soltanto di commodity energetiche – sono cresciuti nell’ultimo secolo del 300%. L’utilizzo efficiente di materia, che si intreccia in profondità con una necessaria responsabilità sociale e ambientale diventa così la chiave di volta per la produttività dell’industria, ben oltre le sbandierate criticità della produttività del lavoro.

La posizione dell’industria è perciò strettamente contemplata ai primi posti delle responsabilità economiche del Paese, e Squinzi lo sottolinea più volte quando rilancia il mantra: «Uscire dalla crisi rilanciando il ruolo di una nuova industria manifatturiera». E sempre sul fronte delle politiche per lo sviluppo, Squinzi valuta negativamente le misure come «l’abolizione del credito d’imposta sulla ricerca, l’abbandono del programma Industria 2015 e il definanziamento del programma sulla riqualificazione ambientale delle aree industriali inquinate», misure che «hanno privato il sistema delle imprese di strumenti in grado di sostenere la competitività e di definire un quadro stabile di riferimento strategico e coerente con gli indirizzi della Commissione Europea».

Saluta invece positivamente, come già fatto nelle scorse settimane, la direzione intrapresa dal governo Letta per fronteggiare i debiti delle pubbliche amministrazioni: «Questi sono soldi dovuti, sono soldi nostri, e i ritardi stanno uccidendo imprese distruggendo capacità produttive e posti di lavoro». Positiva è anche la valutazione «sulla estensione degli incentivi sull’efficienza energetica, che sostengono la domanda di un settore strategico come quello legato alle ristrutturazioni edilizie».

Infine, Squinzi ha tentato di infondere fiducia elencando le quattro questioni strategiche per il futuro dell’industria italiana: «L’innovazione tecnologica come chiave per affrontare le sfide della globalizzazione. Il rapporto tra industria, territorio e ambiente come chiave per garantire la sostenibilità dello sviluppo manifatturiero e la crescita di nuove attività economiche nel settore della green economy». Terzo: «La creazione di una nuova finanza per lo sviluppo come chiave per affrontare temi della sottocapitalizzazione delle imprese e del rilancio degli investimenti», e infine, «la qualificazione del capitale umano come chiave per il miglioramento della qualità di prodotti e servizi e per restituire potere d’acquisto ai lavoratori».

E se appaiono premesse auspicabili e ponderate, più difficile è vederne l’applicazione a partire dalle industrie che abitano i nostri paesaggi e territori. Il rilancio dell’industria manifatturiera è ovviamente la speranza degli industriali, ma perché lo sia anche di tutti i cittadini è lecito domandarsi di quale industria si stia parlando. Dai i Limiti della crescita in giù, è da circa 40 anni che abbiamo la consapevolezza che non tutto potrà continuare a gonfiarsi, in questa bulimica economia. Dobbiamo finalmente riuscire a trovare il coraggio di scegliere cosa può ancora continuare a crescere e cosa no. E l’industria che riparte, verrebbe da dire, è solo l’industria sostenibile.

di Cinzia Colosimo e Luca Aterini