Ecco cosa sta facendo lo Stato italiano per fermare l’epidemia Ebola

Alla vigilia del summit di Brisbane l’Ong Oxfam fa il punto della situazione sui contributi arrivati dal G20

[14 novembre 2014]

Nonostante tutti gli annunci, 9 stati membri del G20, che sono tra le maggiori economie mondiali, non hanno ancora dato un “giusto contributo” in termini di fondi e supporto medico alle popolazioni colpite da Ebola: non nella misura che ci si aspetterebbe da paesi di questa estensione e ricchezza. E’ pertanto necessario che al summit di Brisbane si facciano progressi significativi per garantire aiuti ai paesi dell’Africa occidentale colpiti dall’epidemia.

L’Italia nelle settimane scorse ha annunciato un contributo di 50 milioni di dollari in risposta all’appello dell’Onu. Si tratta di un impegno generoso, già confermato con uno stanziamento iniziale di circa 6 milioni di dollari, ma che deve essere ancora mantenuto completamente nei fatti.

Le Nazioni Unite avvertono che gli staff medici stanno facendo di tutto per rallentare e bloccare l’epidemia di Ebola – che ha già ucciso oltre 5.000 persone nell’Africa occidentale – ma che è necessario agire in fretta per dare una risposta alla diffusione del virus. Senza risorse,  il prezzo da pagare in termini di vite umane e denaro, sarà altissimo. La Banca Mondiale stima che, se il virus si diffonderà nei paesi vicini, il costo economico potrebbe variare da 27 a 32 miliardi di dollari entro la fine dell’anno.

Se il G20 vuole salvaguardare la ricchezza globale, non può permettere che l’economia di una regione venga destabilizzata dall’epidemia e deve reperire immediatamente, già nei giorni del vertice, le risorse necessarie per una risposta all’emergenza e per una ripresa di lungo periodo.

Quattro paesi del G20 – Argentina, Indonesia, Arabia Saudita e Turchia – non hanno ancora predisposto alcun aiuto per una vera risposta internazionale. Brasile, India, Messico e Russia potrebbero invece fare molto di più; la Francia dovrebbe aumentare i suoi sforzi per fornire un’adeguata risposta in Guinea, trasformando le promesse in aiuti e fatti concreti. 

«Lo spazio per tenere la diffusione dell’Ebola sotto controllo si fa sempre più stretto – ha detto Winnie Byanyima direttrice generale di Oxfam – Il G20 ha l’opportunità di fornire una leadership sicura e le risorse di cui c’è assoluto bisogno. E’ inaccettabile che qualcuno si nasconda dietro la generosità di altri: dobbiamo fermare immediatamente l’emergenza e assicurare una ripresa di lungo periodo nella regione».

Le Nazioni Unite puntano a ridurre il tasso di trasmissione, trattando il 70% dei casi e garantendo il 70% delle sepolture in condizioni sicurezza. Un obiettivo che, secondo Oxfam, potrebbe non essere raggiunto se al G20 impegni, parole e promesse non saranno trasformati in denaro, mezzi e uomini.

In Sierra Leone, Liberia e Guinea le comunità locali, i medici nazionali e internazionali, i cooperanti e i militari stanno lottando contro il tempo per combattere l’Ebola. Ma i bisogni rimangono enormi ed è necessario fare molto altro ancora. In questo momento nei tre paesi ci sono solamente 12 laboratori operativi, quando invece dovrebbero essere 28; ci sono 140 squadre di sepoltura delle 528 necessarie; dei 4.707 posti letto pianificati per il trattamento dell’Ebola, solo il 22% è operativo per mancanza di squadre di medici stranieri, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità: solo 30 squadre infatti sono operative delle 50 necessarie.

Tony Abbott, primo ministro dell’Australia, aveva suggerito di escludere l’Ebola dall’agenda del G20 in quanto non strettamente materia economica. L’impatto economico dell’epidemia è invece fortissimo in tutta la regione, con aumento dei prezzi, abbassamento dei salari e crescita della povertà. I dati sono allarmanti:

  • Le agenzie dell’Onu e la Banca Mondiale hanno dovuto distogliere risorse dai programmi di sviluppo per sostenere la lotta alla malattia. Ciò minaccia di capovolgere i progressi economici che erano stati fatti in molti paesi, e di incrementare la dipendenza dagli aiuti.
  • In Guinea il tasso di crescita si è quasi dimezzato, e lo stesso è avvenuto in Liberia. Il reddito è sceso di 105 milioni di dollari e le spese sono aumentate di 100 milioni. Le entrate familiari sono diminuite di oltre il 12%.
  • In Liberia e in Sierra Leone particolarmente colpiti i settori di turismo, agricoltura e industria mineraria. L’inflazione è aumentata e c’è una forte carenza di beni essenziali, incluso in cibo. In soli sei mesi il reddito familiare è diminuito del 35% in Liberia e del 30% in Sierra Leone.
  • Colpito è anche il turismo di paesi vicini come Gambia e Senegal e, secondo il Ministro del Tesoro keniano, l’economia del paese ne risentirà proprio a causa delle numerose cancellazioni turistiche dovute all’Ebola.

Fra tutti i paesi del G20, il grosso degli sforzi lo stanno sostenendo Stati Uniti, Regno Unito e Unione Europea, seguiti da Canada, Cina e Germania. Australia, Italia, Giappone, Sudafrica e Corea del Sud hanno contribuito in maniera generosa.

Oxfam chiede che tutti i paesi del G20 si prendano la responsabilità di gestire almeno un centro di trattamento ognuno, cosa che richiede un staff medico dalle 25 alle 35 persone. Tutti i paesi devono scegliere il settore in cui possono offrire maggiori fondi e risorse per soddisfare i vari bisogni e finanziare i costi di una ripresa di lungo periodo.

Oxfam è al lavoro per fermare la diffusione del virus, promuovendo campagne di comunicazione e prevenzione nelle varie comunità, distribuendo abbigliamento protettivo e kit igienici, e fornendo accesso all’acqua potabile nei centri di trattamento.

Oxfam sostiene una petizione globale lanciata da numerose agenzie che chiedono ai leader del G20 di rispondere alla crisi dell’Ebola. La petizione, che ha raccolto più di 125.000 firme, sarà presentata oggi a una delegazione di governi del G20.