La Stabilità del Pil: in Italia non cresce dal 2011. Ma la cura sarebbe a portata di mano

[15 ottobre 2014]

I dati diffusi oggi dall’Istat sull’andamento del Pil italiano sono un pessimo viatico per la legge di Stabilità targata governo Renzi, che sarà vagliata stasera dal Consiglio dei ministri. A poche ore dal voto arriva l’ennesimo segno meno, accanto al quale si piazza uno 0,3%. È il calo su base annua del Prodotto interno lordo, che acquista consistenza se guardato dalla lunga distanza: in termini congiunturali, il Pil italiano non cresce dal secondo trimestre 2011.

La legge di Stabilità (che basa la propria solidità anche sull’andamento atteso del Pil) dovrebbe invertire questa tendenza, ma questo rimane al momento un semplice desiderata del governo, e da una prospettiva ambientalista le lacune non mancano. La più rilevante (e apprezzabile) traccia di green economy nella legge di Stabilità è la conferma del bonus energetico per le ristrutturazioni, ossia il continuum di un incentivo che ha già ampiamente avuto modo di dimostrare la bontà della propria esistenza, una misura dunque già presente.

Il coraggio di cambiare – in meglio – può arrivare dalla testimonianza di quegli imprenditori che ce l’hanno fatta, e che a ragion veduta possono dire: sì, investire in green economy conviene. Al paese e all’azienda, lavoratori annessi. Sono stati appena presentati i risultati dell’indagine sugli orientamenti degli imprenditori della green economy, condotta dalla Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile in collaborazione con il Consiglio Nazionale della Green Economy: al sondaggio hanno risposto 437 imprenditori che gestiscono imprese per un totale di 64.573 dipendenti e con un fatturato complessivo di 15 miliardi e 956 milioni. Una cifra sempre più significativa.

Per  il 92% degli imprenditori la crisi climatica è ormai un’emergenza globale e richiede drastici tagli delle emissioni di gas di serra, una rivoluzione energetica basata sul risparmio, l’efficienza e le fonti rinnovabili; il 99% dichiara che occorre risparmiare e usare in modo più efficiente le risorse e i materiali, ridurre la produzione di rifiuti, migliorare e aumentare la durata e la riutilizzabilità dei prodotti, massimizzando il riciclo, valorizzando il recupero e puntando a ridurre al minimo lo smaltimento; per ridurre i rischi di dissesto idrogeologico, di frane e alluvioni occorre gestire meglio, tutelare e fermare il consumo di nuovo territorio, utilizzando aree già urbanizzate, bonificando e recuperando siti contaminati (98%); infine, un messaggio di speranza che passa da storie di vita vissuta. Il 94% dichiara che un’impresa tradizionale può avviarsi verso una green economy se realizza un serio programma di interventi e di investimenti finalizzati a raggiungere un’elevata qualità ecologica del processo produttivo, dei beni e dei servizi prodotti.

Innovare, differenziare, convertire produzioni e consumi in direzione green potrebbe contribuire in modo significativo ad alimentare una ripresa economica, con nuovi investimenti e nuova occupazione. Per intercettare questa tendenza, anche dal governo è doveroso aspettarsi di più di quanto contenuto nella legge di Stabilità. Si pensi proprio al tema dell’efficienza energetica, che pure è affrontato nel documento: al momento il motore primo del dibattito rimane il recepimento della direttiva Ue sull’efficienza energetica (D. Lgs 102/2014), in merito al quale è stato fissato dall’Italia un obiettivo di riduzione dei consumi per il 2020 del 24% rispetto al consumo del 2007.

Nel consiglio informale dei ministri Ue – il 23 e 24 ottobre prossimi – si dovrà decidere se innalzare l’obiettivo (insieme a quello sulle rinnovabili e la riduzione delle emissioni) al 30% come chiede la Commissione Ue, o al 40% come chiedono gli ambientalisti e molti altri tra cittadini e imprenditori.

La decisione avrà effetti diretti sull’economia italiana e sulle sue possibilità di sviluppo. L’Ance stima una crescita del Pil dello 0,4% se gli obiettivi della vecchia direttiva saranno conseguiti, e l’aumento sarà maggiore a seconda del target più o meno ambizioso che sarà fissato.

Non si dimentichi che, solo a seguito alle detrazioni fiscali introdotte per le ristrutturazioni energetiche, nel 2007-2013 le famiglie italiane hanno investito ben 22 miliardi di euro. Se si pensa che ad oggi il consumo di energia in Europa è rappresentato per il 40% dagli immobili e che quello del settore pubblico vale, da solo, il 19% del Pil dell’Ue, è chiaro come gli spazi di crescita per l’Europa e l’Italia siano ancora enormi. Che si tratti di energia, di materia o di cura del territorio, le possibilità di sfuggire alla crisi ancora esistono, al patto di credere e investire nelle possibilità aperte dalla green economy.