Sting e l’agricoltura (a)sociale della rockstar in Toscana

[28 agosto 2014]

La Toscana è per eccellenza la regione del buon vivere, e le sue colline che corrono «nella più commovente campagna che esista», per dirla con le parole dello storico francese Fernand Braudel, ne sono il marchio di fabbrica. Emozionanti non in quanto naturali, ma sapientemente e armoniosamente lavorate dal paziente lavoro dell’uomo, che da millenni suda su questa straordinaria terra. Un tempo regno degli agricoltori, oggi la Toscana gode dell’invasione di magnati, star e starlette da tutto il mondo che vengono a bearsi del suo paesaggio. Tra questi, da anni spicca la rockstar Sting.

Il celebre cantautore britannico si è ora involontariamente conquistato la ribalta della cronaca perché, a quanto riporta The Telegraph, Sting non si accontenta d’aver guadagnato 358 milioni di sterline dal suo ultimo tour, ma propone visite a pagamento nella sua tenuta nei pressi di Firenze, il Palagio. Costo, 262 euro al giorno, a persona. Attività: raccogliere uva e olive. La fotografia di un mondo strano: altrove in Italia migranti che lavorano come bestie nei campi per stipendi da schiavi, e agiati signore e signori che corrono in aiuto del facoltoso vignaiuolo (che non manca di aderire a campagne umanitarie).

La Coldiretti, da parte sua, si limita a commentare come le ricerche scientifiche confermino che «il contatto con la natura nelle campagne è una ottima cura contro lo stress ed aiuta a recuperare il buonumore ma anche la forma fisica», ma ci domandiamo se la trovata di Sting possa davvero costituire una buona pubblicità per una terra che fa di un vanto il volersi mantenere genuina e altera, quella resa famosa nei Maledetti toscani di Malaparte.

I numeri di Sting e delle sue olive stridono ancor più se confrontati con una realtà opposta che vive in Toscana, quella dell’agricoltura sociale recentemente analizzata con dovizia di particolari all’università di Pisa. L’ateneo toscano che dal 2009 promuove il progetto “Orti ETICI“, ne ha fatto una stima precisa, calcolando che 1 kg di prodotto di agricoltura sociale biologica, venduto in modo diretto ai consumatori al prezzo di mercato di 1,70 euro, assicura un margine di 0,35 euro per il progetto e consente un risparmio per le famiglie che li acquistano di 0,70 euro al kg rispetto ai normali canali di mercato.

Dall’analisi dell’università di Pisa emerge inoltre che al contenuto sociale se ne sommano altri: ogni kg di verdura di agricoltura sociale realizza 6 minuti di lavoro inclusivo, la cui efficacia è superiore di quella di altri progetti, portando spesso un risparmio nell’uso dei farmaci consumati e rendendo le persone da percettori di assistenza a produttori di reddito. Infine, dal punto di vista pubblico, un kg di verdura consente il risparmio di 0,74 euro di spesa pubblica, per l’incremento di efficacia degli esiti sulle persone, ma anche per la differenza tra il costo del progetto Orti etici e altre ipotesi consuete di intervento.

Come è facile affermare, sono numeri di tutt’altra natura di quelli che si producono nella tenuta per ricchi di Sting, e che da soli non possono (fortunatamente) racchiudere la vasta e molteplice natura dell’agricoltura toscana. Permettono però di sollevare alcuni dubbi nel merito di questo patrimonio che  è sempre più un bene comune. Diventare un parco giochi per facoltosi stranieri ha anche i suoi svantaggi, in primo luogo nell’attrattiva di quei turisti (e quei cittadini) che invece pensano la Toscana sia casa d’altro. Nel dibattito permanentemente in corso attorno al Piano del paesaggio che presto in Regione dovrebbe diventare operativo, e che in questi giorni vede contrapposti gli agricoltori del Chianti (spalleggiati dalla Cia) all’amministrazione, forse anche di questo sarebbe bene discutere.