La strada senza ritorno della nuova guerra di Israele

[11 luglio 2014]

Forse il modo migliore per capire il caos sanguinoso del Medio Oriente è quello di leggere le notizie che si affastellano sul sito dell’Onu e che danno il senso della drammatica impotenza di una comunità internazionale che, pur conoscendo le cause del conflitto, non solo non ha saputo affrontarle ma ha permesso ad una minoranza di Paesi, occidentali e arabi, di portare le crisi fino all’attuale pericolosissimo groviglio che inghiotte vite umane, giustizia e speranze di pace.

Il 9 luglio, mentre in Cisgiordania si piangevano ancora gli adolescenti barbaramente assassinati, l’Onu in una riunione speciale rimarcava il decimo anniversario della sentenza della Corte internazionale di giustizia che ha dichiarato illegale la costruzione del muro che separa Israele dalla Cisgiordania o, meglio, da quei bantustan palestinesi che Israele non ha deciso di annettersi con il percorso del muro e con le colonie illegali che si sono appropriate di terre fertili e acqua.

Il segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon ha ricordato a Israele «la necessità di rispettare il diritto internazionale», sapendo bene che il governo israeliano continuerà ad ignorarlo, sia che si tratti del muro o delle armi atomiche, sia che si tratti del rispetto dei «diritti inalienabili del popolo palestinese».

Ma come ha detto Ban, «le implicazioni di questo muro vanno ben al di là della legalità. Il muro limita gravemente i movimenti dei palestinesi e l’accesso in tutta la Cisgiordania, occupando le terre e compromettendo l’accesso alle risorse necessarie allo sviluppo dei palestinesi. Il muro rallenta la produzione agricola e rurale della Cisgiordania. Il muro e l’estensione del popolamento delle colonie hanno aggravato la frammentazione del Territorio palestinese, isolando ancora di più Gerusalemme Est».

Israele non solo ha ignorato sprezzantemente ogni richiesta di cessare la costruzione del muro e di demolire quello che aveva costruito, ma ha anche cinto con una barriera di ferro e fuoco l’altro e ancor più disgraziato brandello di quella che era la Palestina: la Striscia di Gaza, ormai la più grande prigione a cielo aperto del mondo, l’emirato claustrofobico di Hamas e il comodo sfogatoio della rabbia della destra israeliana, non appena i palestinesi rialzano la testa e i governi di Gerusalemme mostrano qualche segno di crisi.

Se qualcuno vuole cercare le ragioni della rabbia senza speranza dei giovani palestinesi, più che alla creazione dello Stato di Israele, ormai un mito cattivo per la moltitudine di loro, dovrebbe guardare al muro della Cisgiordania e alla prigionia di Gaza, a generazioni senza speranze, che vivono della carità internazionale, a un popolo prigioniero in casa propria, bombardato, perquisito, umiliato dagli israeliani e pessimamente governata dagli integralisti di Hamas o dai “laici” dell’Olp, l’ex élite progressista del mondo arabo che ha sepolto le idee di democrazia e uguaglianza sotto un quotidiano fatto di corruzione e di accordi al ribasso con Israele.

Ma questa volta la nuova guerra israelo-palestinese fatta da una parte con i patetici e imprecisi (ma mortali) razzi di Hamas e dall’altra con i missili “intelligenti” e gli aerei micidiali e i carriarmati di uno dei più potenti eserciti del mondo, che abbatte case con dentro donne e bambini per giustiziare un “terrorista”, deflagra in un Medio Oriente diverso e sconosciuto, dove gli equilibri coloniali e panarabi, fatti di dittature fedeli a questa o a quella potenza, sono saltati.

A nord di Israele la Siria è ormai uno stato fantasma, divisa tra i territori occidentali in mano al regime nazional-socialista di Assad, il nuovo Stato Islamico siriano-irakeno e le aree controllate dai curdi e da quel che resta dell’opposizione che non ha aderito all’emirato. E non basterà certo la nomina dell’italo-svedese Staffan de Mistura come inviato speciale dell’Onu a risolvere una crisi scappata di mano ad americani, inglesi, francesi e sauditi, che hanno, ancora una volta, giocato con il fuoco della jihad immemori delle precedenti micidiali scottature patite in Afghanistan e in Iraq.

Il Libano è in una crisi politica che gli impedisce perfino di eleggere un nuovo presidente della Repubblica mentre, nell’Egitto riconsegnatosi nelle mani dei militari, un potere nuovamente autoritario sta regolando sanguinosamente i conti con i Fratelli Musulmani e ha spento ogni voce democratica che si era alzata durante la rivoluzione che aveva portato alla caduta del regime filo-occidentale e amico di Israele di Hosni Mubarak.

Israele, che pure ha perso i suoi amici segreti e palesi nei Paesi arabi terremotati dalle primavere sfiorite nel caos e nell’integralismo, cerca di trarre il massimo vantaggio dalle lotte fratricide tra gli arabi e dall’impunità per l’occupazione della Palestina. Sa che ancora una volta potrà ignorare, senza timore di ritorsioni, gli ammonimenti di Barack Obama e che potrà continuare a fregarsene dei richiami di Ban Ki-moon che  ancora oggi lo implora di mettere fine alla guerra non dichiarata di Gaza, con più di 500 attacchi aerei e che ha già fatto più di 100 vittime, mentre si aspetta un’invasione di terra che potrebbe trasformarsi in un massacro tra i disperati che difendono la loro prigione e i carcerieri che difendono l’altra munita prigione, erta di muri, torrette e fili spinati, nella quale si è autorecluso Israele.

Israele sa bene che nel triste conteggio propagandistico dei media occidentali, gli unici che lo interessano, un razzo katiuscia che sfiora la casa di una bionda colona israelo-americana o israelo-europea vale molto di più dello scud che centra e polverizza un palazzone di blocchetti e magro cemento nel bantustan di Gaza, che un morto in una colonia israeliana vale di più dei nomi dimenticati dei ragazzini che lanciano pietre disperate contro i blindati con la stella di David, e sa che fino a che l’Occidente non chiederà che ai palestinesi venga restituita la stessa dignità degli israeliani, fino a che non verranno abbattuti i muri e i reticolati e le terre, l’acqua e gli ulivi non toneranno ai palestinesi, ci saranno solo la ragione dalla parte del più forte e il torto della debolezza e della rabbia senza speranza e futuro nell’altra.

E’ in questo angolo che puzza di morte, di carne di adolescenti torturata e bruciata, di pianti di madri e di bambini, di odio e xenofobia che abbiamo lasciato che venisse spinta la pace in Medio Oriente. Saremmo complici di chi vuole la guerra, degli errori imperdonabili dei nostri governi, se voltassimo la faccia di fronte alle sofferenze indicibili del popolo palestinese e alla strada senza ritorno nella quale si è cacciato Israele nel Medio Oriente in fiamme.