Riceviamo e pubblichiamo

Sull’ambiente e la “leale collaborazione” tra le istituzioni italiane

[14 dicembre 2017]

La legge sul consumo del suolo a quanto pare si sta arenando. Nelle terre terremotate restano non pochi guai. A Taranto e all’Ilva non ne parliamo. I dati sul consumo delle coste tornano a livelli di quando furono varate  nuove e ottime leggi grazie alle quali si avviò allora un significativo cambiamento. Idem sulle politiche di tutela specie per quanto riguarda i parchi e le aree protette in cui il parlamento e il governo si sono infognati in una situazione di cui non si intravede una qualche e decorosa via d’uscita.

Dal referendum le istituzioni sono uscite ancor più sgangherate con tanti saluti a quella leale collaborazione costituzionale che resta più che mai una norma costituzionale assolutamente ignorata e frequentemente messa sotto i piedi.

Le cosiddette riforme Madia sul silenzio-assenso  tra amministrazioni e le conferenze servizi cioè sul principio di leale collaborazione tra  soggetti pubblici   riguarda ben poco i profili amministrativi in cui si concretizza spesso la gestione operativa.

D’altronde lo Stato quando si tratta delle regioni preferisce spesso limitarsi, e neppure sempre, a sentirle piuttosto che accordarcisi; insomma  meglio sentite che d’intesa.

Come dimenticare d’altra parte che il referendum mirava a ‘punire’ proprio le regioni per riaffidare allo Stato una rinnovata supremazia i cui costi abbiamo già pagato e salati. E come se non bastasse la botta alle province con la brillante invenzione dell’area vasta, che resta un mistero, di cui farà le spese anche la nuova legge sui borghi giustamente salutata con soddisfazione che incapperà subito però in questa caduta di ruoli di programmazione e integrazione a livelli locali e intermedi.

Quanto tutto questo gravi specialmente sull’ambiente è –o dovrebbe – essere ormai evidente e chiaro. Purtroppo non lo è.

La legge sui parchi da 5 anni in discussione è partita con un testo che prevedeva in apertura la cancellazione delle regioni da qualsiasi competenza sulle aree protette marine. E mentre cresceva l’esigenza di una pianificazione che raccordasse l’ambiente con tutto il territorio e l’economia ( non due piani uno ambientale e l’altro socio economico) dalla gestione dei parchi venivano tagliate fuori componenti scientifiche e rappresentanze ambientaliste per far posto a rappresentanze di categoria. E perché non ci fossero dubbi su chi deve dare e gestire le carte, alcuni parchi  regionali o che dovrebbero comunque come nel caso del Delta del Po collaborare d’intesa tra di loro vuol gestirli lo stato. E pensare che il Presidente della Repubblica Scalfaro alla prima conferenza nazionale dei parchi a Roma affermò che lo stato avrebbe dovuto ringraziare le regioni per la ‘supplenza’ svolta dinanzi ad uno stato che ritardò e non poco ad approvare la legge quadro 394. Si, quella che ora viene scassata senza riguardo e vergogna.

Oggi molti dicono che l’ambiente va gestito in rapporto e non separatamente dal resto economia in primis. Vero. Ma questo richiede appunto quella integrazione che implica, senza se e senza ma, quella leale collaborazione istituzionale e costituzionale di cui ci sono sempre meno tracce e non solo nella legge sui parchi. Chi e in quali sedi e come dovrà decidere se la pista di un aeroporto deve e può essere allungata, se un inceneritore è bene o male farlo, e così una pala eolica, un tratto autostradale etc?

E siccome si devono fare i conti anche con le politiche comunitarie e internazionali in quali sedi e con quali strumenti potranno essere  coinvolte le comunità locali ossia i cittadini che anche per legge oggi  devono essere coinvolti? Lo si pensa e ritiene possibile se stato e regioni continueranno a farsi la guerra?

Le opinioni espresse dall’autore non rappresentano necessariamente la posizione della redazione