Riceviamo e volentieri pubblichiamo

Svalbard, le infinite sfumature di bianco (FOTOGALLERY)

Un viaggio nelle terre abitate più a nord del pianeta è una esperienza intimamente sconvolgente

[31 maggio 2017]

Freddo. Gelo. Bianco. Il bianco accecante della neve che ricopre ogni singolo centimetro del terreno. Là, più in lontananza, si cominciano a distinguere i bagliori azzurro cielo del ghiacciaio, la cui dimensione sembra irreale. Sembra così vicino.

Posso sentire, a tratti, un rumore, un suono strano, come uno scricchiolio. È il ghiaccio che si assesta sotto i miei piedi, piccole crepe che lasciano passare un po’ d’acqua gelata. Mi guardo intorno e realizzo, forse solo ora, che non sono sulla terraferma, ma nel mezzo del fiordo. Intorno e sotto di me, sotto il ghiaccio, c’è il mare. Evito di pensarci, non servirebbe a nulla. L’inquietudine non è utile qua.

Devi affidarti completamente a chi ti accompagna, a chi sa muoversi in questo scenario da ultima frontiera. La guida indica un punto, e io prendo il binocolo. All’inizio non vedo nulla, poi, guardando meglio, scorgo la sagoma giallastra di una femmina di orso polare seguita da due caracollanti “cubs”, due orsetti candidi. «Sono a diversi chilometri da noi – spiega la guida – ma meglio non avvicinarsi oltre». “Ma non è possibile – replico – che ci abbia visto o sentito a questa distanza”. «Gli orsi – è la risposta – possono fiutare del cibo anche a quindici chilometri». Ancora una volta evito di pensare che qui sono – o potrei essere – “cibo”. Qui l’uomo non è al vertice della catena alimentare.

Più avanti, una lunga scia di orme molto grandi ci fa capire che quello visto non è l’unico orso nei dintorni. Probabilmente questo è un maschio, vista l’assenza delle orme dei cuccioli.

Il sole continua a splendere nel cielo, più o meno nella stessa posizione di una o due ore fa. Sembra un eterno mezzogiorno senza soluzione di continuità. Anche il tempo sembra dilatarsi; difficile valutare il trascorrere delle ore senza il movimento solare. Quanto è passato dall’ultima sosta? Sembrano pochi minuti che siamo partiti. E quanta distanza abbiamo percorso? Anche valutare le distanze è difficile qui.

La neve ricopre tutto, disegnando splendide dune dalle curve sinuose. Il ghiaccio trasforma i fiordi in pianure su cui ti aspetteresti di veder galoppare splendidi unicorni, mentre le poche formazioni rocciose rimaste scoperte tracciano corridoi naturali attraverso cui ci muoviamo prudentemente con le motoslitte.

In questi luoghi il clima troppo rigido impedisce la crescita di piante ad alto fusto, il che, unito alla rarefazione degli insediamenti umani, fa sì che manchino totalmente punti di riferimento per valutare le distanze. Per un occhio non allenato, ciò che sembra distante pochi chilometri può trovarsi a venti o trenta, e in questi climi una valutazione sbagliata può costare cara.

Appena il sole si sposta di qualche grado – pur non tramontando mai nei mesi di primavera/estate – cala l’ombra sul fiordo e la temperatura scende quasi istantaneamente di diversi gradi. Anche se imbacuccato nella tuta a triplo strato percepisci la differenza. La senti sulla pelle. Dentro.

Siamo abituati a una vita in cui la quotidianità uncina le nostre esistenze trascinandole con sé, senza che abbiamo la possibilità – o almeno questo è quello di cui siamo convinti – di fermarci per respirare. Viviamo una condizione di perenne apnea e cecità, in un viaggio forzato la cui meta ci rimane per la maggior parte del tempo sconosciuta. E subiamo il trascorrere di un tempo che ci sembra veloce, velocissimo, tanto che sempre più spesso ci rendiamo conto di quello che sta accadendo solo dopo che è effettivamente accaduto. Siamo la civiltà del “dopo”, troppo occupati nel “durante” per accorgersi del suo trascorrere. Abitiamo una dimensione che – nonostante i nostri sforzi – è proiettata nel passato, nel “post”, incapace di cogliere l’istante, il presente. L’attimo.

Qui le cose girano in maniera diversa. Qui, il tempo, sembra lottare con armi spuntate. Come se i suoi ingranaggi si inceppassero, o seguissero un altro ordine di movimento. Il tempo sembra fermarsi, non trascorrere, e si viene trascinati nell’illusione che davvero l’orologio dell’esistenza si sia fermato. Le temperature rigide, poi, rendono il processo di decadimento dei materiali molto più lento, cosicché tutto sembra durare all’infinito.

È il caso di Pyramiden, un insediamento minerario russo a Est di Longyearbyen fondato nel 1910 che raggiunse – intorno agli inizi degli anni 80 del secolo scorso – una popolazione di oltre 1.000 abitanti e che adesso è residenza stabile di 6-8 persone. Una vera e propria città fantasma completa di piscina coperta, teatro, palestra, sede del partito, ospedale, stabilimento minerario, magazzini, uffici e quant’altro, del tutto abbandonata. Ma le cui vestigia resistono – rumorose colonie avicole a parte – come se fossero state abbandonate ieri anziché trent’anni fa.

Sembra di vedere ancora, tra quelle strade, le ombre dei cittadini russi, e di sentire i loro discorsi preoccupati sulle intenzioni di questo nuovo segretario, Gorbaciov, e sulla sua “glasnost”. Ma a bassa voce. C’era ancora l’Urss. E il Kgb che persino qui, in capo al mondo, aveva un ufficio.

Pare persino di scorgere là, in fondo, un bambino che gioca davanti ad uno dei palazzi dormitorio mentre attende il ritorno del padre dalla miniera. Ma no, è solo una volpe artica.

Pyramiden vive di fantasmi. Vive dei e nei fantasmi di chi ci ha abitato. Ad alcune finestre ci sono ancora dei fiori secchi, mentre alcuni strumenti sono stati abbandonati nella classe di musica. Eco silenziosa di un passato che non può – suo malgrado – scomparire.

Il busto di Lenin (il più a nord del mondo) guarda – anch’esso silente – con sovietico cipiglio la cittadina dal punto più alto, rimproverando quei fantasmi per essersi fatti vedere. Riannodo il filo dei miei pensieri, e prendo fiato. Sembra che il tempo e lo spazio si pieghino l’uno sull’altro, si abbraccino e divengano un tutt’uno in questo luogo. Ma non gridano, non strepitano, non corrono.

Sussurrano, camminano, si affiancano accompagnandoti, insegnandoti ad ascoltare il tuo stesso respiro, le tue emozioni, il pulsare di una vita e di una comunione che sembravi aver dimenticato. L’armonia con una Natura vera, senza orpelli, non addomesticata, primigenia. Bella come una donna selvaggia, splendida e terribile nella sua sfacciata nudità, nello sguardo sensuale ed orgogliosa del proprio corpo e del proprio essere.

«Sono sensazioni comuni queste – dice la guida – visitando le Svalbard. L’immensità delle dune di ghiaccio, il silenzio, il bianco accecante. Eppure, nulla a paragone di quando ti trovi di fronte all’orso polare. Senti che il tuo corpo cambia, senti scorrerti dentro qualcosa di arcaico, di antico, l’istinto di sopravvivenza. Quello che credevi di aver perduto. Ma che è sempre lì. Sei concentrato, non pensi a nulla. La differenza non la fa il fucile, perché lui è l’orso e tu sei l’uomo. E  qui non sei tu il predatore, lui lo è».

La differenza, comprendo, la fa come riesci a gestire le tue emozioni, il tuo respiro, il tuo spirito. È come quando, penso, d’improvviso ti ritrovi nello Whiteout, quella particolare condizione meteorologica – tipica dell’estremo nord – in cui un forte vento fa vorticare una gran quantità di neve nell’aria.

D’improvviso cielo e terra diventano entrambi di un abbagliante color bianco, e non hai più punti di riferimento. Devi restare concentrato, fissare il punto davanti a te, e cercare di scorgere chi ti precede, evitando di perdere il contatto, perché può fare la differenza.

E devi trovare la tua strada, nelle infinite sfumature di bianco. Un po’ come succede nella vita.

di Armando Burgassi