Svalbard: nell’inferno ghiacciato delle viscere di Ymir (FOTOGALLERY)

[8 febbraio 2018]

Freddo e tenebre provenivano da Niflheimr, calore e luce dal Múspellsheimr. (…) Allorché la brina s’incontrò con il vento caldo, si sciolse e gocciolò e da quelle gocce viventi si formò la vita, grazie alla forza di Colui che aveva mandato il calore, ed essa prese forma d’uomo. Costui fu detto Ymir (…) e da lui discesero le stirpi dei giganti di brina. (…) Dalla carne di Ymir fu fatta la terra, dal suo sangue il mare, dalle ossa le montagne; (…) dal cranio il cielo, (…), dal suo cervello furono tutte le tempestose nuvole create.

(Vǫluspá, Profezia della Veggente; Edda Poetica) 

S’innalzano. Immense colonne in un oscuro cielo. Curvilinee allucinazioni che si incrociano nel buio e da cui filtrano bagliori di luce. Sentieri, appena accennati, disegnano i contorni di una miniera che non è una miniera, di una grotta che non è una grotta, di un fiume addormentato nelle gelide profondità della montagna.

Ymir, primo fra i Giganti di Ghiaccio, qui cadde sotto i colpi delle lance di Odino e dei suoi fratelli. Il Re del Mondo qui giace, e delle sue ossa sono le montagne, del suo cranio la volta del cielo, del suo sangue i fiumi, della sua carne la terra. Il Re è morto, viva il Re.

Questo potrebbe essere l’inizio di un libro di H.P. Lovecraft o l’introduzione appena accennata, sussurrata in falsetto, di un musical con la colonna sonora dei Pink Floyd del visionario Syd Barrett, o  di qualche musicista lisergico dei perduti anni ‘70.

E invece… invece siamo di nuovo alle Svalbard, dove – proprio come nei miti nordici si dice sia accaduto per la nascita di Ymir – il vento caldo proveniente dalla Groenlandia mitiga il vento polare settentrionale, rendendo appena meno proibitive le condizioni di vita.

Siamo in un luogo che è così unico da collocarsi, a volte, sul confine ideale tra vero e fantastico, tra sogno e realtà. I paesaggi, il contatto con la Natura, sono estremi. Contraddizione, purezza, crudeltà, amore, necessità: le emozioni sono radicali, ed una delle esperienze più forti che si possano provare è – forse – la discesa nelle grotte di ghiaccio. Scientificamente parlando, le grotte glaciali sono originate da acqua fluente – spesso proveniente dalla fusione del ghiacciaio soprastante – che, scorrendo, dà luogo a cavità piene d’aria percorribili attraverso degli accessi posti in superficie.

Scendere nelle viscere della terra, abbandonare la prospettiva del cielo è sempre come un secondo distacco dal cordone ombelicale, dalla sicurezza della luce, dell’aria, per avvicinarsi ad uno scenario che – a prima vista – potrebbe sembrare a dir poco spaventoso. Dante, nella sua Commedia, collocò l’Inferno nelle profondità della Terra proprio per il disagio, l’angoscia della discesa e della permanenza in un luogo dove non giunge la luce. L’accesso di cui parliamo è una piccola porticina di legno – fortunatamente non sorvegliata dal tricefalo Cerbero – alta un metro e larga lo stesso, che apre a un condotto da percorrere per alcuni metri carponi. Al termine del condotto ci si ritrova in una stanza circolare di circa 4-5 metri di diametro e alta poco più di 2.

Il parallelo con le abitazioni degli Hobbit della Contea del Signore degli Anelli è quasi immediato. Ma non c’è né Frodo né Bilbo qui, solo una guida vichinga che non faticheresti a collocare sopra un drakkar diretto a razziare, incendiare, distruggere, uccidere e – perché no? – esplorare. In realtà l’uomo – nonostante l’aspetto – è molto cortese, e riesce a mettere a proprio agio, mentre distribuisce  elmetti dotati di una piccola luce a led presi da una grande cassa di metallo rosso addossata alla parete.

Mi guardo intorno e – d’improvviso – lo vedo. Un buio pertugio, un vero e proprio buco nel ghiaccio, largo poco più di un metro, dalla cui persistente ed angosciante oscurità emerge la sommità di una scala di alluminio. Una scala che – dice una vocina impaurita dentro di me – non ha sicuramente fine, oppure conduce  in luoghi cui i mortali non appartengono e non dovrebbero mai spingersi.

La tentazione, espressa ed esplicita, è di rimanere in superficie, ma non si può. «Potrebbe arrivare l’orso – dice la guida, d’improvviso seria – e voi non avete il fucile. E anche se lo aveste, non sapreste usarlo». Evidentemente il rischio di incontrare la versione polare di Cerbero esiste. Alle Svalbard, l’individuo conta meno del gruppo. O si muovono tutti o non si muove nessuno. Sembra di udire il motto dei Marines: “Nessuno verrà lasciato indietro”. Qui funziona allo stesso modo.

Scendiamo, e scompariamo nell’oscurità. Appena scesi dall’ultimo piolo accendiamo la luce sul nostro elmetto. Una corda attaccata a dei chiodi piantati nel ghiaccio e alcuni gradini scoscesi appena abbozzati sono l’unica traccia di un percorso. Scendiamo ancora. Davanti a noi adesso una piccola galleria, molto stretta, e molto bassa. Sarà larga poco più di mezzo metro e alta neanche due. Devo piegare la testa e mettermi un po’di lato per passare tra le due pareti di ghiaccio.

Mi maledico per essere sceso. Cerco di mantenere la calma, anche se sento il respiro farsi un po’ affannoso. Mi ripeto che sono al sicuro, che non ho nulla da temere, e che non sono in pericolo. Anche se mi sembra che qualcuno dentro di me stia ridendo di questi vani tentativi di autoconvincimento. Respiro. Chiudo un secondo gli occhi e riacquisto la calma. Un passo dietro l’altro il passaggio si apre in un sentiero decisamente più largo e… in una brezza? Istintivamente guardo verso l’altro.

Le pareti di ghiaccio si incurvano, disegnando impossibili architetture fluide, congelate in un istante nello spazio e nel tempo. In alto, bagliori tradiscono un sole lontano che – da fuori – incendia di candore la montagna nelle cui segrete profondità stiamo scendendo. La luce dei nostri led si scontra con quella superna, e con le pareti, tracciando i contorni di un quadro astratto in cui ci aspettiamo di scorgere delle creature vive e vitali quasi.

Gli equilibri messi in discussione, le geometrie mutevoli, ricordano – in alcuni tratti – le visioni di Dalì. Eppure, nonostante un iniziale disorientamento, mi aspetto di veder emergere dall’oscurità più una piccola fata delle nevi, una sorta di candida Trilli (per noi Campanellino) che il drago Smaug di tolkeniana memoria. «Nelle miniere – dice il nostro vichingo – mano a mano che si scende si sente caldo, perché l’aria non circola, mentre qui c’è sempre fresco: il sole scioglie la neve in superficie, che si trasforma in umidità e… vento». Non mi interessa l’esattezza scientifica del fenomeno, io sono perso nel respiro della montagna, impegnato a percepirne il battito nascosto. Mi sento nel suo ventre, ne percorro gli anfratti, tocco le sue ossa, le sue ghiandole, i suoi muscoli, le sue volute, le asperità, ne sento lo sguardo. Mi sento come se fossi di nuovo nell’utero materno, e sento che io posso percepire la montagna, così come lei può percepire me, in simbiosi.

Sono davvero nelle viscere di Ymir. Ne sento la grandezza, la potenza. Mano a mano che percorriamo il sentiero fatto di neve e ghiaccio incontriamo molte comitive. Siamo come formiche in un formicaio, meno operose ma più curiose, ci muoviamo dietro e dentro le quinte di una montagna, come dei bambini stupefatti che, osservando da dietro i tendaggi il palco, sognano, un giorno, di calcare la scena e non esserne semplici spettatori.

Ci incrociamo, estasiati, ci guardiamo, e ci sorridiamo, in silenzio, solo con qualche cenno d’assenso, accomunati da un ambiente che ci sovrasta, ci assorbe, ci tiene a sé, rassicurandoci, proteggendoci quasi. Sento il mio cuore, ora è calmo. Non batte più all’impazzata, non ho paura, non temo nulla. Il mio respiro ora è rilassato. Non posso fare a meno di chiedermi se ci si senta così vivi e in pace anche quando si muore.

Arriviamo in fondo. Un terrazzino e una corda ci separano da un vero e proprio strapiombo, un pozzo il cui fondo si perde nell’oscurità. Guardo insistentemente nell’abisso, ma nessuno mi restituisce lo sguardo, o forse, ha semplicemente altro da fare. Il percorso è giunto al termine. Ripercorriamo a ritroso il sentiero, risalendo pian piano verso la superficie, e via via lascio indietro alcune delle mie inquietudini, dei miei dubbi irrisolti, dei miei turbamenti, semplicemente relegandoli tra le cose che non hanno importanza.

Mentre vado avanti sfioro con le dita il ghiaccio che curvandosi mi restituisce il riflesso di come la nostra anima, il nostro spirito, la nostra esistenza dovrebbe essere: leggera, fluida, eterea, affatto appesantita dal mondo, dalle inezie, dai condizionamenti che ci fanno essere – o diventare – quello che non abbiamo mai voluto essere o diventare.

Cammino, leggero, lasciando indietro un bagaglio di dubbi e domande che non voglio avere né pormi. Salgo la scala, ogni piolo un peso che lascio, ogni passo un sospiro in meno ed un respiro in più. Finalmente, dopo essere di nuovo passati dalla piccola porta-hobbit, siamo fuori. Il sole, in questa stagione, splende imperterrito per tutto il giorno.  Le stelle non ci sono. Ma è come se le rivedessi.

CONCLUSIONI

Si conclude qui il mio reportage di un viaggio che – per me – è stato più esistenziale che fisico. Ho trovato in luoghi solo apparentemente freddi ed inospitali, una chiave di lettura della vita che mi ha consentito di apprezzare ancora di più le cose importanti: gli affetti, l’amore, i desideri, le aspirazioni.

Non siamo, definitivamente, quello che abbiamo o possediamo, ma quello che siamo in grado di provare, quello che – per citare il Vate – riusciamo, in termini di esperienze, emozioni, sorrisi, a donare.

Spero di esserci riuscito.

 qui la prima parte del reportage dalle Svalbard – qui la seconda parte fine.

di Armando Burgassi