Illustrato in Consiglio regionale il Documento preliminare unitario 2014

Toscana, nella programmazione economica s’affaccia il riciclo. Per quale idea di futuro?

[18 ottobre 2013]

Puntuale come ogni anno, all’arrivo delle prime forti piogge autunnali si accompagna il diluvio di programmazioni economiche per le amministrazioni pubbliche italiane di ogni livello. La Toscana non fa eccezione, e mentre si assiste al dibattersi parlamentare attorno a una Legge di stabilità appena partorita con grandi travagli, nel Consiglio regionale si mette mano all’abaco.

Spetta all’assessore Bugli illustrare il Documento preliminare unitario (Dpu) 2014, relativo al Documento di programmazione economico finanziaria (Dpef), alla legge di bilancio di previsione annuale e pluriennale, alla legge finanziaria ed alle proposte di legge a quest’ultima funzionalmente collegate per il 2014. Un insieme di atti che – si apprende dal Consiglio – la Giunta regionale dovrà approvare entro il prossimo 10 novembre.

Sfogliando la proposta di risoluzione poi approvata dalla maggioranza, all’interno dell’area tematica “Sostenibilità, qualità del territorio e infrastrutturazione” il passaggio più interessante è quello che impegna la Giunta «ad elaborare un progetto specifico da affiancare al Piano regionale rifiuti e bonifiche (Prb) sulla filiera industriale del recupero e del riciclo della materia, con il “coinvolgimento del mondo dell’impresa” e rendendo “pienamente operativa”, la legge regionale 51 del 2013 (protezione e bonifica dell’amianto, promozione del risparmio energetico, bioedilizia, energie alternative)».

In questo modo alla bozza si aggiunge la bozza, in quanto – lo ricordiamo – per quanto riguarda il Piano regionale rifiuti e bonifiche il testo approvato dalla Giunta non è detto rimanga immutato dal passaggio in Consiglio, ancora da effettuarsi. Le intenzioni, comunque, sembrano muovere per certi aspetti nella giusta direzione, quella di spostare l’attenzione sul riciclo di materia. Nel pensiero dominante, infatti, questo processo industriale è continuamente confuso con la fase precedente – ossia quella della raccolta differenziata dei rifiuti, senza la quale comunque non vi sarebbe riciclo – o addirittura con il recupero energetico tramite termovalorizzazione (operazione gerarchicamente subordinata a quella del riciclo). Attorno a questi due poli si avviluppano dibattiti della più varia natura e, soprattutto, la grande prevalenza delle risorse economiche, col paradosso di saltare il processo industriale del riciclo pressoché a piè pari.

Gli interessi sedimentatisi col tempo di due legittimi gruppi di pressione, che semplificando potremmo chiamare proprio quello degli “inceneritoristi” e quello dei “differenziatori”, contribuiscono a legare il tema della corretta gestione del ciclo integrato dei rifiuti (e dei successivi passaggi industriali per i quali rappresenta una necessaria ma non sufficiente premessa) a doppio filo attorno al salto logico per il quale si dichiarano i rifiuti «una risorsa», ma al contempo se ne vuole diminuire la produzione, e con valide ragioni.

Il fatto è che solo alcuni tipi di rifiuti sono risorse, e non a caso sono quei rifiuti che le imprese riciclano da sé e da sempre. Per gli altri tipi di rifiuti, senza un’opportuna politica industriale, è assai difficile trasformarsi in risorsa, mutandoli come per magia da rospo a principe. D’altronde, economia reale e industria per loro natura si muovono su flussi sia di materia che di energia, e come si è opportunamente deciso di puntare sulla rinnovabilità dell’energia altrettanto è necessario fare per la materia.

Invece, nell’approccio comune (anche politico), nell’analisi e nell’azione inerente i flussi di materia ci si concentra solo sui rifiuti, ossia sulle code. Sarebbe come scegliere di intervenire sulla produzione di emissioni anziché sulla produzione di energia: ossia, un nonsense. Da sottolineare inoltre come, particolare non trascurabile, i grandi scontri pubblici sui rifiuti riguardino la frazione degli urbani, e quasi esclusivamente in termini di raccolta differenziata, che a sua volta riguarda solo gli imballaggi. Basta notare che gli imballaggi rappresentano il 7% dei rifiuti urbani, che a loro volta in Toscana rappresentano una quantità pari a solo 1/3 dei rifiuti speciali. Si capisce dunque come capiti spesso di perdersi in quello che è il classico bicchier d’acqua in un mare di rifiuti.

Riuscire dunque ad affrontare il tema con cognizione di causa, una volontà che sembra emergere dal Consiglio toscano, significherebbe dare un respiro sostenibile alle tre gambe che muovono la nostra (come qualunque altra) economia: materia, energia e lavoro. Intervenendo nel dibattito sul Documento preliminare unitario (Dpu) 2014, il presidente Rossi appare più che consapevole dell’emergenza occupazionale che non risparmia la Toscana.

Secondo Rossi, il dato dei disoccupati va ben al di là dei 30/40 mila indicati dall’Inps e si attesterebbe, in realtà, tra i 50 e i 60 mila. «È necessario aggredire questo punto, anche se al momento non ho ricette. Dovremo farlo tutti insieme, anche perché le misure di supporto per i disoccupati e le famiglie sono senza dubbio utili e necessarie, ma funzionano solo da misura tampone», concludendo che «Serve cominciare a pensare a un Piano straordinario per l’occupazione».

Un piano che la Toscana non può stendere con efficacia da sola. E neanche il governo nazionale, come dimostra la Legge di Stabilità appena varata. I paletti alla politica economica e monetaria posti in ambito europeo (paletti che noi stessi, non lo dimentichiamo, abbiamo scelto di ratificare in Italia) dovranno cambiare per poter finalmente iniziare a vedere l’ormai leggendaria “luce in fondo al tunnel”.

Fare la nostra parte, come Regione, per costruire un modello positivo per uno sviluppo sostenibile che intersechi le tre dimensioni del valore economico – materia, energia e lavoro – potrebbe offrire proprio quel quid che manca in Italia come in Europa. Sicuramente, i giovamenti per la nostra Toscana non sarebbero pochi.