Un Natale (al) verde

Consumi a picco, fioccano gli appelli allo shopping. E se invece ripensassimo la frugalità?

[27 dicembre 2013]

«Il Natale spesso è una festa rumorosa – ha scritto Papa Francesco su Twitter – ci farà bene stare un po’ in silenzio». In un certo senso è stato accontentato. Il frastuono di una festa sempre più commerciale quest’anno si è attenuato. Il frusciare tra i pacchetti sotto l’albero, lo strepito della carta da regalo che si strappa, sono tutti rumori che si sono uditi meno nelle case degli italiani. Ma è stato uno dei tanti effetti indesiderati della crisi, più che un virtuosismo.

Secondo la Coldiretti rispetto allo scorso anno ci siamo scambiati regali per 205 milioni in meno,  arrivando a quota 4,1 miliardi di euro (-5% sul 2012). Un trend che prosegue da quel 2007 in cui si cominciò a parlare di crisi. Da quanto affermano i dati Codacons, infatti, in quell’anno «l’effetto Natale, ossia i maggiori consumi per spese natalizie effettuate nel mese di dicembre presso negozi, grande distribuzione e centri commerciali, è stato pari a 18 miliardi di euro». Nel 2013 invece nell’intero periodo natalizio si prevede che la spesa non supererà complessivamente i 10,3 miliardi di euro. «Ciò significa – sottolinea il Codacons – che in 6 anni le famiglie del nostro paese hanno ridotto i consumi legati alle feste del 42,7%, tagliando le spese natalizie per la maxi cifra di 7,7 miliardi di euro». Un -11,4% solo dallo scorso anno a questo, secondo le elaborazioni di Federconsumatori.

Questa enorme debacle del consumo, è bene ricordarlo, dal punto di vista della sostenibilità ha anche dei vantaggi. Meno consumi superflui significa minori materie prime utilizzate (anche se non necessariamente meno rifiuti da gestire) e, dunque, un minor impatto sull’ambiente. Perché allora tutti questi numeri che testimoniano un Natale più sobrio non possono essere accolti positivamente? Perché sono stati subiti, e non scelti. I nuovi poveri italiani, se ne avessero la possibilità economica, già domani tornerebbero a consumare come e più di prima.

«SENZA CONSUMI L’ECONOMIA SI BLOCCA: PER FAVORE, FATE SHOPPING», titolava (sì, proprio gridato in maiuscolo) pochi giorni fa un articolo del Sole24Ore sulla moda, allucinante nella sua sincerità. «Il circolo virtuoso degli acquisti – proseguiva – potrebbe rivitalizzare un po’ l’economia nazionale. Del resto, quando fare shopping, se non a Natale?». Un appello in sintonia con il debutto monstre della Moncler in borsa, ma che certo non sembra rappresentare l’anima più profonda della festa. In ogni modo, alla luce dei consumi italiani, si tratta di una prospettiva che è stata delusa dai fatti. Lasciando comunque amarezza, in un paradosso che sembra senza via d’uscita. Consumare, consumare, ancora consumare. È il contesto in cui siamo immersi che sembra imporcelo inderogabilmente.

Ma non è questa una legge naturale che governa il mondo, quanto una nostra scelta collettiva. Che non ha sempre avuto ragione d’esistere. Senza cadere nella trappola d’immaginare un’età dell’oro, una passato fantastico in quanto mai esistito, guardare alla nostra storia può darci oggi un impulso nuovo per immaginare un futuro ancora da costruire. Proprio nella nostra tradizione, incarnata in questo caso negli antichi romani, aveva un ruolo centrale la frugalità, un tema che oggi il pubblico inizia a riscoprire grazie a lavori pionieristici di studio e divulgazione. Ne è un esempio il workshop internazionale (Re)approaching roman frugality, che si terrà all’università di Cambridge il 9 e 10 gennaio, e che vede tra gli organizzatori l’antropologo Cristiano Viglietti, membro del think tank di greenreport.

Per frugalità si intende – prendendo a prestito le parole di Viglietti – un insieme di modelli culturali, di atteggiamenti prescritti, di pratiche e le istituzioni finalizzate a favorire (o semplicemente imporre) la limitazione dei bisogni materiali e desideri, consumo e lusso a Roma, dall’età arcaica all’inizio del periodo imperiale. Una prospettiva che torna oggi di grande attualità, di fronte ai danni sociali, ambientali ed economici che si stanno susseguendo in sacrificio dell’ideologia del consumo fine a se stesso.

Da Georgescu-Roegen a Herman Daly, sin dagli albori dell’economia ecologica l’idea di frugalità è stata più o meno direttamente sempre presente in questo filone di riflessione economica eterodossa, ma si ricollega al contempo a valori antichissimi, riassumibili nell’idea di moderazione (più che di decrescita): in medio stat virtus, pensavano i grandi del passato. L’idea che i bisogni umani siano teoricamente infiniti, e che l’ unico possibile obiettivo di qualsiasi sistema economico è la crescita materiale è una costruzione tipica della cultura occidentale moderna più che una verità di fatto, e non è applicabile alla maggior parte delle società storicamente esistite.

Riscoprire questa semplice verità, senza attaccarsi all’illusione di idealizzare e proiettare semplicemente idee vecchie di millenni tali e quali nel mondo d’oggi, potrebbe aiutarci a dare di nuovo senso a un’economia che abbiamo perso per strada. Vedi mai che possa diventare un rivitalizzante migliore del «circolo virtuoso degli acquisti».