Usa: i neri contro il whitewashing delle grandi associazioni ambientaliste

I donatori preferiscono finanziare le associazioni dirette da bianchi?

[25 settembre 2013]

Secondo Van Jones (nella foto), fondatore di Green for All, un ambientalista molto noto negli Usa (e non solo tra i neri), odiato dagli ecoscettici e dalla destra che lo rappresentano semplicemente come un pericoloso “comunista”, «Il tradizionale movimento ambientalista ha un problema di diversità. Non è giusto che negli staffs di molte grandi organizzazioni ambientali tradizionali ci siano stati storicamente più bianchi  è che la maggior parte dei piccoli gruppi giustizia ambientale abbiano sempre una frazione dei fondi che ricevono i grandi gruppi. Per avere successo nel suo insieme, il movimento ambientalista deve cambiare. Gli environmental justice groups sono quelli che servono popolazioni che sono spesso più vulnerabili ai cambiamenti climatici e più colpite dall’inquinamento: gli americani a basso reddito che vivono nelle città e sono spesso persone di colore. I donatori tradizionali e le organizzazioni ambientali potrebbero essere più forti proprio attraverso il riconoscimento degli altri “ambientalismi” già esistenti e che fioriscono al di fuori della loro sfera di competenza».

Gli environmental justice groups sono piccole associazioni, o quelli che in Italia chiameremmo comitati, che lavorano su scala minore rispetto alle grandi associazioni Usa come  Sierra Club ed Environmental Defense Fund, gruppi come Bus Riders Union di Los Angeles e  West Harlem Environmental Action (We Act) di New York, che lavorano per migliorare la salute ambientale delle loro comunità. Danielle Deane, direttrice del programma energia ed ambiente al Joint Center sottolinea che «I gruppi non sempre ottengono il credito che meritano per il loro sostegno alle tematiche ambientali. Per un qualche motivo, spesso nonostante l’innovazione, il duro lavoro che i leader della comunità stanno facendo per aiutare a preparare le loro città, che attendono eventi meteorologici estremi come Sandy, spesso questi leader non ottengono il livello di attenzione che meritano, anche se stanno lavorando su alcuni di questi temi da  decenni. Penso che stia lentamente cambiando, ma penso che ci siano molte attività da parte di una vasta gamma di persone che non sono ancora considerate come una nostra causa».

Jones è convinto che una delle principali cause di questa situazione sia  la carenza di finanziamenti per i piccoli environmental justice groups e le grandi organizzazioni ambientaliste tradizionali. Un recente  rapporto  del National Committee for Responsive Philanthropy ha rivelato che dal  2007 al 2009, solo il 15% dei contributi ambientali è andato a favore delle comunità emarginate, e solo l’11%  al sostegno di strategie di “giustizia sociale”. A marzo anche il Washington Post ha indagato sulla cosa e ne è venuto fuori che le organizzazioni che si occupano di giustizia ambientali hanno un  budget ridotto e un altro rapporto del 2001 ha confermato che al movimento per la giustizia ambientale vanno appena il 5% dei fondi per la salvaguardia dell’ambiente delle fondazioni, il 95% va alle grandi associazioni ambientaliste.

 

Certo, frammentare i fondi in mille rivoli e micro-progetti non sembra la ricetta migliore per rafforzare l’ambientalismo, ma negli Usa hanno un altri problema rispetto all’Italia ed all’Europa: come spiega Jones, «Diversificare le liste dei donatori delle fondazioni che di solito danno ai gruppi ambientalisti aiuterebbe, in particolare, i neri americani a far sentire la loro voce nel movimento ambientalista. I sondaggi dimostrano che, come gruppo, i neri americani sostengono le specifiche normative ambientali e dei cambiamenti climatici come o più di bianchi americani». Nel 2010 un sondaggio del Joint Center trovò che i neri americani di 4 Stati indecisi sostenevano l’azione sul cambiamento climatico di Barack Obama e che una solida maggioranza degli intervistati voleva che il Senato Usa approvasse una legge per tagliare i gas serra prima delle elezioni 2012. Inoltre la maggioranza degli intervistati sarebbe stata disposta a pagare fino a 10 dollari in più al mese le bollette elettriche se il costo aggiuntivo fosse andato alla lotta al cambiamento climatico e più del 25% era disponibile a pagare fino a 25 dollari in più al mese.

Sempre nel 2010 un altro sondaggio della Yale University riportò risultati simili: ispanici, afro-americani ed altre minoranze etniche erano «Spesso i più forti sostenitori delle politiche climatiche ed energetiche ed erano anche più propensi a sostenere queste politiche anche sostenendo costi maggiori». Inoltre, l’89% dei neri sosteneva una regolamentazione del carbonio come inquinante, rispetto al 78% dei bianchi americani.

Jones ribadisce: «Penso che ci sia sempre stato molto più sostegno nella comunità nera per le soluzioni climatiche e le soluzioni ambientali e che per questo siamo più credibili. Alcune comunità bianche  benestanti ne parlano di più e magari con più intensità, e anche con più risorse per questo o quel singolo problema, ma dai dati dei sondaggi è abbastanza chiaro che gli afro-americani sono tra i più favorevoli ala regolamentazione ambientale ed alle soluzioni climatiche».

Deane è d’accordo: «I neri americani hanno motivo di preoccuparsi per l’ambiente, perché sono uno dei gruppi più colpiti nella salute».  In effetti, come spiega Katie Valentino su ThinkProgress, uno studio del 2008 ha trovato che il 71% dei neri americani vive in contee con violazioni degli standard di inquinamento dell’aria federali, rispetto al 58% dei bianchi americani. Dato che una maggiore esposizione all’inquinamento contribuisce in modo significativo al tasso di asma nella comunità, i bambini neri hanno due volte più probabilità dei bambini bianchi di avere l’asma e, in generale, i neri americani hanno un tasso del 36% più elevato di asma rispetto ai bianchi. Inoltre, il 78% dei neri americani vive entro 30 miglia da una centrale elettrica a carbone, rispetto al 56%  dei bianchi non ispanici. I neri hanno anche il 52% di probabilità in più rispetto ai bianchi di vivere all’interno di isole di calore urbane, il che li rende più vulnerabili alle ondate di calore.

«Penso che ci sia ancora una disconnessione nella percezione pubblica di chi ha veramente a cuore le questioni ambientali e che vuole l’azione climatica, una discrepanza tra ciò che sta succedendo sul territorio e la percezione pubblica – dice la Deane – Perché gli afro-americani sanno che tendono a soffrire in modo sproporzionato per l’inquinamento, tendono ad avere alti livelli di sostegno per l’azione per fare in modo che di fare che le companies rispettino tutti gli standards più elevati che devono soddisfare, ma spesso quando vediamo gli ambientalisti tendiamo a guardare a gente che non è necessariamente così diversa  come quella che sappiamo esserci e che vediamo sul territorio»

Per Sheila Jackson Lee, una parlamentare democratica del Texas e co-presidente della Congressional Black Caucus’s Energy, Environment and Agriculture Taskforce, «Lottare per le cause ambientali è molto di più che proteggere le risorse naturali: le questioni ambientali sono questioni di diritti civili». Infatti deve la sua elezione alla Camera dei Rappresentanti di Washington anche alla partecipazione alla protesta contro un impianto di riciclaggio di grasso che era stato proposto nel quartiere residenziale di Houston dove vive.

«Ho trovato la comunità nera molto ben informata sulle questioni ambientali, e questo è perché vivono li ogni giorno- sottolinea la Jackson Lee  – In un dei miei quartieri le minoranze hanno dovuto lottare contro una fabbrica di cemento. In un altro hanno dovuto combattere contro un impianto di rifiuti nella loro comunità. Così la maggior parte degli afro-americani sanno cosa è cercare di tenere bene il loro quartiere. Questo li rende più sensibili, rende i loro membri più in sintonia. La giustizia ambientale entra in tutte le decisioni prese dal Congressional Black Caucus (Cbc)». Secondo l’annual environmental scorecard della League of Conservation Voter i votipro-ambiente degli attuali membri del Cbc  sono stati l’86% nel 2009 tutti i membri del Cbc ranne uno, il democratico dell’Alabama Artur Davis, hanno votato a favore Waxman-Markey cap e del trade bill, facendo del Cbc uno dei caucus “più verdi” dell’ultimo Congresso.

Van Jones Jones dice che «C’è stata a lungo tensione tra i gruppi ambientalisti tradizionali e le organizzazioni di giustizia ambientale. I gruppi mainstream possono dire di sentirsi ingiustamente chiamati razzisti  e che le indicazioni sulla mancanza di sostegno ai gruppi di environmental justice possono essere infondate ed  i gruppi di giustizia ambientale spesso sono gelosi della pubblicità e dei finanziamenti dei gruppi tradizionali e diventano diffidenti, arrivando alla paura di essere rifiutati. Ma l’onere di realizzare il cambiamento non spetta ai gruppi di giustizia ambientale, spetta ai donatori ed alle  fondazioni che hanno bisogno di espandersi, che mandano i soldi ai gruppi ambientalisti tradizionali, che hanno il potere di aiutarli a farlo. Se andate a Detroit, troverete un sacco di giardinaggio comunitario in corso, un sacco di pulizia comunità in corso, un sacco di produzione su piccola scala in corso. Niente di tutto questo è diretto da un gruppo ambientalista tradizionale, queste sono risposte organiche e ben ponderate da parte di persone che stanno cercando di rendere la loro vita migliore. Quelle persone dovrebbero essere chiamate ambientaliste tanto quanto qualcuno che si batte per le specie in via di estinzione».