La tecnologia non è tutto, serve un'assunzione di responsabilità

Qual è la vera sostenibilità? Il dilemma dell’efficienza delle risorse

La maggior parte del lavoro per il cambiamento riguarda la sfera sociale: «La vera sfida è come convincere la gente»

[3 dicembre 2013]

Nel corso di una grande cerimonia al Royal Theatre di Copenhagen, il mese scorso, il marchio di software israeliano TaKaDu è stato nominato vincitore del  Sustainia Award  per la green innovation. Tra gli oltre 500 candidati, TaKaDu ha vinto il premio sostenibilità per il suo approccio innovativo per utilizzare grandi dati per evitare perdite nelle reti idriche e nelle utilities.

Il lavoro del progetto Sustainia è molto promettente, in quanto contribuisce portare all’attenzione importanti nuove tecnologie verdi in tutto il mondo. Nell’atmosfera gioiosa in occasione dell’ultima settimana al Theatre Royal, però, ho anche sentito che mancava qualcosa.

Mi sembra che dimentichiamo che lo sviluppo sostenibile non è solo tecnologia. Le nuove invenzioni ci possono aiutare nella strada verso la sostenibilità, ma abbiamo bisogno di fare molto di più se vogliamo affrontare le nostre attuali sfide globali del cambiamento climatico e dell’esaurimento delle risorse naturali.

In realtà, è stato spesso dimostrato che le nuove tecnologie sovente non risolvono i nostri problemi ambientali. Ad esempio, quando nel corso degli ultimi dieci anni i televisori sono diventati più efficienti nell’utilizzo dell’energia, questo ha portato a prezzi più bassi e quindi ad un aumento delle vendite e, alla fine, a un impatto ambientale maggiore. Molti europei ora hanno un televisore in ogni stanza, invece di uno solo per famiglia. Un fenomeno che i ricercatori del Wuppertal Institute chiamano “‘the dilemma of resource efficiency”, vale a dire risparmiare più risorse per poi utilizzarle di più.

Non sto dicendo che non dovremmo utilizzare le nuove tecnologie, ma in una vera sostenibilità altri parametri sono altrettanto o più importanti. E cerchiamo di essere onesti con noi stessi, oggi, siamo più lontani dalla sostenibilità di quanto lo eravamo 20 anni fa, quando fu coniata per la prima volta la formula vivere decentemente nel presente senza compromettere la capacità delle generazioni future di vivere davvero decentemente.

La vera sostenibilità riguarda l’assunzione di responsabilità da parte di politici, gruppi di interesse, business leader, e tu e me. Con il rapporto State of the World 2013, il Worldwatch chiede: la sostenibilità è ancora possibile? E se si, come possiamo identificarla, definirla, misurarla, muoversi verso di essa e un giorno che sia presto realtà raggiungerla? Non è sufficiente affermare semplicemente che le cose devono essere sostenibili. Che città, che progetto, quale prodotto può davvero essere sostenibile in una civiltà che nella sua interezza è tutt’altro? Non ci sono risposte semplici a queste domande, ma i capitoli del rapporto forniscono alcune prove di quello che può essere fatto in diversi settori della società.

Tra le mie risposte preferite alle sfide attuali ci sono le green taxes – la tassazione dei combustibili fossili e di altre attività inquinanti – e l’utilizzo delle entrate per alleviare la povertà e fornire posti di lavoro utili. Inoltre, una cosa semplice come il divieto della pubblicità per i bambini potrebbe sostenere alcuni dei cambiamenti che sarebbero necessari per fare una transizione da una società dei consumi a stili di vita più sostenibili.

La vera sfida è come convincere la gente, così come i politici, a prendersi cura delle generazioni future, della vita non umana e dei poveri in luoghi lontani. Il che non sarà facile, ma può essere il compito più vantaggioso ed importante per noi.

Un progetto come Sustainia può coinvolgere una serie di persone nella transizione verde, eppure credo che la maggior parte del lavoro della sostenibilità che ci attende non stia accadendo e che riguardi non la tecnosfera ma la sfera sociale, nella quale il cambiamento può verificarsi con una velocità sorprendente. L’abolizione della schiavitù è stata un lavoro di diverse generazioni, ma non siamo più a quel tempo. I diritti civili, i diritti delle donne, la scomparsa dei fumatori negli spazi sociali, tutte queste cose hanno visto cambiamenti positivi tra i più repentini. E se avete bisogno di un esempio più contemporaneo, guardate a quanto rapidamente l’opinione pubblica è cambiata sul matrimonio tra persone dello stesso sesso.

Più che altro abbiamo bisogno di imparare, e di coinvolgere gli altri sul punto che la Terra è finita, e in effetti è abbastanza piena. E che siamo in tanti. E che nessuno di noi ha il diritto di rivendicare più spazio ecologico del pianeta rispetto a qualsiasi altro. Per sopravvivere sulla strada verso la quale stiamo andando, abbiamo bisogno di imparare a fare il massimo con le risorse naturali, che non sono più così abbondanti come erano una volta.

di Bo Normander,  direttore esecutivo di  Worldwatch Insitute Europe*

*questo articolo è stato pubblicato il 2 dicembre 2013 su Worldwatch Insitute