Viaggio a Dubovy Log, nella riserva radioattiva tra i “patrioti” di Chernobyl [FOTOGALLERY]

Oltre la sbarra: il reportage bielorusso di “Mondo in Cammino”

[7 gennaio 2015]

Dopo aver percorso (Roberta, Carlo, Vladik e io) 230 km, eccoci ancora una volta a Dubovy Log. È uno dei pochi posti che conosco in cui il tempo pare che si sia definitivamente fermato, anzi arretrato. La solita sbarra per varcare l’ingresso al territorio ha i simboli della radioattività rinnovati, ma è interdetto fotografarla. In questa contraddizione emblematica è racchiuso tutto il senso della realtà circostante: la radioattività c’è  ma non si vede e, quindi, non bisogna parlarne.

I chilometri che, oltre la sbarra, conducono al villaggio si sviluppano su un rettilineo delimitato da pini prospicienti da entrambi i lati. Gli alberi paiono dare maestosità al paesaggio e, nello stesso tempo, accompagnano il viaggiatore verso una meta che si intuisce desolante: da una parte i pali con i simboli della radioattività e dell’interdizione a varcarne i confini, dall’altra l’arrugginito abbandono dei segnali stradali e delle indicazioni geografiche. Questi ultimi, in ogni caso, non servono ai nemmeno 200 abitanti di Dubovy Log nel loro andirivieni oltre la sbarra. E non servono nemmeno alle uniche due famiglie che vivono un po’ più in là, nel villaggio di Demjanki.

La risposta alla desolazione che avanza ci viene data dall’insegnante in pensione  che prenderà in carico i bambini del progetto del “doposcuola”. Lei che da sempre vive qui a Dubovy Log ci dice: «Noi siamo i “patrioti” di Chernobyl».

Negli ultimi 10 anni ogni viaggio che ho fatto a Dubovy Log è stato segnato da una “perdita”: via la scuola elementare, via l’ufficio postale, via la caserma dei pompieri, via l’asilo nido, via il club, via la mensa, via il municipio e, pochi mesi fa, via la biblioteca. Distrutta l’intera struttura di difesa e vita sociale del villaggio, desertificato il territorio. Il villaggio risulta sospeso in una dimensione artificiale lontana nel tempo e nello spazio da altri punti di riferimento.

Nel tempo libero dal lavoro gli occhi degli abitanti non possono fare nient’altro che fissare il vuoto, soprattutto adesso in inverno in cui le temperature rigide rendono le isba ulteriori prigioni nella riserva radioattiva.

Gli unici avamposti rimasti di socialità sono il negozio (il classico e polivalente “magazin”), il FAP (ambulatorio infermieristico) attivo a giorni alterni e l’ufficio contabilità del kolkhos relegato in un locale all’ultimo piano dell’edificio svuotato della municipalità e riscaldato a malapena sotto i 20 gradi da un generatore di fortuna, perché  non ci sono più i soldi per riscaldarlo con i termosifoni: questi sono bloccati per un debito del kolkhos verso lo Stato di 14.000 euro (in pratica lo Stato in debito, e nello stesso tempo in credito, con se stesso). Nella municipalità deserta parliamo del progetto del “doposcuola” per i 20 bambini e adolescenti del villaggio con l’insegnante in pensione, con la presidente del selsoviet e con il presidente del kolkhos (responsabile dell’edificio): un daghestano fuggito, assieme, alla moglie, dai conflitti del Caucaso del Nord; strano destino il mio! Chernobyl e il Caucaso che si rincorrono e riuniscono a seconda delle occasioni e ancora una volta. Due iniziali che si appaiono e che segnano tragicamente il destino di popoli lontani fra loro: una “c” (Chernobyl) per indicare una “catastrofe nucleare”: un’altra “c” (Caucaso) per indicare “conflitti”.

Le due ore di discussione in quest’avamposto gelido ci intirizziscono le mani e i piedi, ma la quadra, alla fine, la troviamo. Il “doposcuola” partirà e sarà ufficialmente inaugurato il 3 febbraio 2015. Abbiamo scelto la stanza, abbiamo preso gli accordi per ristrutturarla e renderla agibile (oltre che riscaldarla a dovere) per la data prevista. In questo doposcuola i 20 bambini e adolescenti di Dubovy Log (dopo il rientro nella riserva radioattiva  degli scolari dalla scuola di Dobrush con il pulmino della scuola che, a sua volta, diventa l’unico mezzo per unire gli abitanti al resto del mondo), potranno fermarsi dalle 15,30 alle 18,00/18,30 dal lunedì al venerdì, sotto la conduzione della maestra in pensione, per fare i compiti, per giocare, socializzare fra di loro, ricevere informazioni sulla gestione del rischio radioattivo, esercitarsi al computer, vedere film, rimanere “collegati” con il mondo. E non solo! A tutti loro verrà consegnata  una generosa merenda con cibi acquistati al “magazin” e, quindi, non provenienti dall’orto, dagli animali e dalle “raccolte” nei boschi di ogni singola famiglia: questi ultimi alimenti estremamente radioattivi. Con la merenda riceveranno cibi “puliti”, almeno seconda norma, con lo scopo di sottrarre una quota parte di contaminazione alle razioni alimentari quotidiane.

Con il passare del tempo, poi, si cercherà di rendere più funzionale il doposcuola attrezzandolo in maniera adeguata di materiale didattico (computer compresi) e, soprattutto, facendo in modo che da esso riparta la ”ricostruzione sociale” del villaggio, usufruendo anche dei locali attigui che potranno essere un punto di riferimento per l’intera collettività, con modalità e possibilità di incontri e manifestazioni aperti a tutti.

Bisogna dare un segno e un senso alla vita della comunità, ora disgregata e abbruttita da un isolamento indirizzato verso le inevitabili derive dell’alcolismo e della piccola delinquenza; derive che si nutrono del triste pretesto di affermare – anche con scelte di annientamento – la propria presenza umana alla vita. Una vita che, oltre la sbarra e oltre i 28 anni dall’incidente di Chernobyl, continua ad essere marcata da un fallout infinito, nonostante tutti i tentativi di minimizzazione del presidente Lukashenko e dell’accordo menzognero e criminale fra l’Oms e l’Aeia.

A Dubovy Log le statistiche ufficiali parlano di una contaminazione di 15 Ci/kmq, ponendo drammaticamente a questo livello la soglia di “normalità” per la quale non vale più la pena eseguire ulteriori rilevamenti e controlli. Questa scelta, assieme alla sbarra, chiude tutte le contestazioni e i pensieri, oltre che le coscienze individuali e collettive; tutto è confinato in una realtà a sé stante che non deve più preoccupare e nella quale il confine fra pericoloso e innocuo è tracciato: basta non oltrepassarlo oppure, ogni tanto, scavalcarlo per uscirne.

Il fiume Iput, che scorre a fianco di Dubovy Log e scende a valle verso Dobrush e da qui continua per confluire con il Sozh, che bagna Gomel e che poi assieme al Dnepr confluisce le proprie acque in quelle del Pripjat, mi ricorda l’assurdità della riserva radioattiva di Dubovy Log: oltre la sbarra non si può pescare perché le acque sono radioattive, 5 metri più in là – superata la sbarra in direzione di Dobrush – si può perché “pulite”. La sbarra assume allora il senso del confine che ognuno di noi vuole frapporre fra indifferenza e consapevolezza.

I bambini del villaggio che abbiamo deciso di aspettare dal rientro da Dobrush alle loro case di Dubovy Log accompagnati dal pulmino scolastico inforcano le loro bici o si avviano ignari, calpestando la fresca neve che sta scendendo, verso un destino già segnato da invisibili e presenti radionuclidi. Il “doposcuola” vuole essere un tentativo di consapevolezza verso un destino che, in parte, può sconfiggere il “fatalismo radioattivo”.

di Massimo Bonfatti, presidente di Mondo in Cammino