Come guardano all’ambiente i cittadini europei

Nella pancia della balena: viaggio alla scoperta dell’Unione europea

Si chiudono a Bruxelles i Citizens’ Dialogue, l’imponente opera di comunicazione della Commissione Ue

[28 marzo 2014]

da Bruxelles

L’Unione europea ha un cuore di vetro, cristallo e acciaio. Non c’è da stupirsi se molti dei suoi cittadini l’avvertono oggi fredda e distante, chiusa nei suoi grandi e modernissimi palazzi che tagliano Bruxelles con un’architettura estranea al resto della città. In un fazzoletto di terra sono concentrate tutte le principali istituzioni dell’Ue, e con loro nostro futuro. Eppure, la vera sorpresa è rendersi conto che il quartiere europeo, effettivamente, esiste: passeggiare al suo interno, partecipare alla sua vita, aiuta a riportare coi piedi per terra quegli strali verso un’Europa che non è un fantasma contro cui inveire, ma è composta da persone, carne e sangue. L’Europa siamo noi.

La psicanalisi ci insegna che per liberarsi di una colpa troppo ingombrante da sopportare, la strategia più comoda (e più comune) è quella di proiettarla all’esterno. Fare due passi in questo altrove europeo permette di accorciare le distanze. A 180 fortunati affluiti da tutti gli stati membri è capitata in sorte questa fortuna per l’evento conclusivo dei Citizen’s Dialogue, un progetto della Commissione europea che ha impegnato grandi risorse – umane ed economiche. Partito a Cadice nel 2012, ha coinvolto più di 100mila persone e 51 città nel suo lungo percorso verso a casa, a Bruxelles.

Nord, sud, ovest, est: riuniti in un’unica sala gli europei si riscoprono amici. Un ambiente informale, raggiante, al quale partecipano i cittadini quanto i commissari, e lontano anni luce dall’immagine di ingessata burocrazia che attraversa il senso comune, senza apparenti accuse di subalternità economica o culturale tra i vari membri, da qualsiasi paese essi provengano. Paradossalmente, è così che si consuma una doppia frattura: da una parte la casalinga di Voghera sfiduciata verso il burocrate europeo, dall’altra il funzionario Ue che da Bruxelles non sembra avere una piena percezione di questa distanza, ampliata dalle sofferenze di lunghi anni di crisi economica, a loro volta accentuate dalle politiche di forte austerità di cui la stessa Commissione si è fatta promotrice. Questo vuoto pneumatico è lo spazio naturale da riempire per il montante euroscetticismo (e i voti che riesce a trascinarsi dietro).

Non è però amaro pessimismo che si respira all’interno della Commissione europea, quanto uno slancio ottimistico. Quella in atto è la più possente opera di comunicazione coi cittadini mai tentata dalla Commissione Ue, e tra i vari paesi partecipanti sono soprattutto i piccoli e i gli ultimi che mostrano la voglia di mettersi in gioco. Romania, Ungheria, Slovenia: le loro voci spiccano spesso sopra quelle dei loro nobili parenti tedeschi, francesi, italiani.

In questa inebriante agorà europea, anche l’ambiente si mostra come un piccolo gigante. All’interno dei tavoli della giornata solo una minoranza dei partecipanti si è interessata alla sfida ambientale nelle sue innumerevoli sfaccettature (in nessuna occasione l’ambiente ha trovato più di 20 interlocutori), ma la voce ambientalista è riuscita comunque a imporsi come una delle più vivaci. «Non è facile portare e mantenere i temi ambientali all’interno dell’agenda politica europea in tempo di crisi – ha convenuto il commissario Janez Potočnik  – Per riuscirci è necessario mettere in evidenza come le due sfere siano in realtà collegate tra loro: basti pensare, ad esempio, alle potenzialità occupazionali della green economy. Ma la transizione verso un’economia più sostenibile, a fronte di grandi benefici, porta con sé anche costi da sopportare. E questi ultimi per loro natura sono immediatamente più percepibili».

«In Europa non viviamo soltanto una crisi economica, ma anche ambientale», gli ha fatto eco la commissaria Connie Hedegaard parlando di cambiamenti climatici. «Un altro punto importante è la nostra dipendenza energetica dall’estero, dobbiamo ridurla». A questo proposito, osservare una città blindata per l’arrivo di Obama – occupato come e forse più dell’Europa nell’affrontare la crisi, anche energetica, tra Ucraina, Russia e Unione europea – è stata una spiegazione più chiara di mille parole. Ma l’equazione che appiattisce l’ambiente alla sola gestione dell’energia non può continuare a vivere.

«Molti parlano di efficienza energetica – ha chiarito Potocnik – ma tutte le nostre risorse sono limitate: materie prime, acqua, terra. Se vogliamo mantenere l’industria in Europa dobbiamo tenerne conto». Anche per gli ambientalisti presenti al dibattito non è facile prendere le distanze dal cliché energetico, ma lunghe ore di discussione sembrano aver centrato l’obiettivo. E questo è incoraggiante.

Perché i Citizens’ Dialogue non sono soltanto l’occasione per «un’élite» di parlarsi addosso. Una volta tornati nelle loro case, nelle loro città, le élite hanno un responsabilità da dover esercitare; oltre alle chiacchiere servono le proposte. «Se non vi piace l’Unione europea, cambiatela – è il messaggio del presidente Barroso –, miglioratela. Le elezioni sono un’opportunità per farlo, per far sentire la propria voce». L’Unione europea è la più importante conquista per la nostra pace, stabilità e prosperità da settant’anni a questa parte. Scaldare quel cuore di vetro, cristallo e acciaio è la nostra occasione per non farlo andare in frantumi.