Abiti usati, oltre il cassonetto c’è di più: uno sguardo alla filiera del recupero

Humana e Legambiente: necessari adeguamento della normativa e controlli di filiera

[3 ottobre 2013]

Dietro la raccolta, il riutilizzo o il riciclo degli abiti usati – operazione sostenibile sotto i profili ambientale, sociale ed economico – si nascondono talvolta soggetti poco “limpidi” che agiscono tra le maglie di un settore non ancora ben regolamentato, che espone le stesse amministrazioni pubbliche al pericolo di infrangere le disposizioni normative.

Questo aspetto è emerso nel corso del Convegno “La cultura del riutilizzo eccellenza della Green Economy – La raccolta degli abiti usati per una nuova etica d’impresa”, organizzato a Roma presso la Camera dei Deputati da Humana People to People Italia Onlus, un’organizzazione umanitaria, indipendente e laica nata nel 1998 per sostenere e realizzare progetti di sviluppo nel Sud del mondo.

In Italia, nel 2012, sono state raccolte in maniera differenziata 99.900 tonnellate di rifiuti tessili, pari al 12% del totale raccoglibile. Di queste, il 68% viene riutilizzato, il 25% riciclato e il 7% è avviato a smaltimento. Nel nostro paese la raccolta di abiti e accessori usati è di circa 1,6 kg/persona annui, un dato nettamente inferiore alla media europea, soprattutto se si considera che il consumo di prodotti tessili si assesta sui 14 kg/persona.

«Un quadro normativo più chiaro e completo, che garantisca la corretta gestione degli abiti usati attraverso il controllo di tutta la filiera – ha spiegato la presidente di Humana, Karina Bolin – potrebbe portare a un incremento della raccolta fino a 3-5 kg/persona, pari a 240.000 tonnellate: ciò avrebbe un impatto positivo sull’ambiente e garantirebbe alle amministrazioni pubbliche notevoli risparmi nello smaltimento dei rifiuti, creando al contempo nuove opportunità economiche. Ora invece i Comuni si ritrovano spesso a gestire la raccolta in emergenza e interpretando la legge, perché il testo unico dell’ambiente non disciplina in maniera completa il settore della frazione tessile».

In Italia, Human è il primo operatore nel settore della raccolta dei vestiti usati con la peculiarità di essere anche l’unica, tra cooperative sociali e associazioni, che riesce a garantire il controllo di tutti gli anelli della filiera: dalla raccolta alla selezione e igienizzazione degli abiti usati, al loro smistamento e utilizzo da parte del consumatore finale. In 15 anni l’associazione ha spedito 10,7 milioni di chili di vestiti a favore dei progetti umanitari in Africa Sub Sahariana. Questo è un aspetto peculiare del settore legato storicamente a scopi sociali.

Gli operatori del terzo settore, infatti, grazie alla raccolta di vestiti usati, riescono a svolgere attività sociali ed umanitarie in Italia e all’estero, a titolo gratuito per la collettività e con un vantaggio sociale maggiore rispetto al valore economico della raccolta stessa. Ma le criticità a partire da quelle normative sono molte: «la legge dovrebbe valorizzare l’impatto sociale e umanitario e richiedere agli operatori l’obbligo di trasparenza dell’intera filiera, dalla raccolta degli abiti usati fino alla loro destinazione finale, ed una rendicontazione adeguata- ha aggiunto Bolin- Oggi, l’attività di raccolta inganna di frequente i cittadini, inducendoli a pensare che i vestiti siano destinati a un’attività sociale: al contrario in questo settore si muovono molti operatori non in regola, spesso non controllati dalle istituzioni sprovviste dei necessari strumenti per fare le opportune verifiche».

Rossella Muroni, direttore di Legambiente, che ha partecipato al convegno, ha aggiunto ulteriori particolari «Tra le nuove frontiere dell’ecomafia bisogna annoverare il traffico di rifiuti derivanti dalla dismissione di indumenti usati. Il materiale recuperato dalla raccolta porta a porta, infatti, dovrebbe essere destinato a trattamento igienizzante e poi destinato a un centro per la rivendita o lo smaltimento, secondo la legge. La criminalità organizzata invece, spesso con la complicità delle aziende produttrici dei rifiuti, preleva gli abiti scartati, seleziona il rivendibile senza effettuare nessun trattamento igienizzante e smaltisce illegalmente il resto, che spesso finisce disperso nell’ambiente o viene bruciato».