Acquacoltura asiatica, quant’è sostenibile? L’Ue guarda da vicino il pesce d’oriente

[23 agosto 2013]

Spinto dall’aumento della popolazione e dal cambiamento delle abitudini alimentari, negli ultimi 10 anni il consumo globale di pesce e frutti di mare è aumentato molto ed il pesce è sempre più visto come una sana alternativa alla carne. L’Unione europea è il più grande importatore di prodotti alieutici e molti vengono dall’Asia. La ricerca Sustainable Trade in Ethical Aquaculture (Seat), finanziata dall’Ue con 5,8 milioni di euro,  riguarda proprio i  4 principali prodotti dell’acquacoltura che stanno invadendo pescherie, supermercati, mense e ristoranti europei: tilapia, pangasio, gamberetti e gamberi.

Saet, al quale lavorano ricercatori europei e asiatici ed anche piccole aziende di Bangladesh, Cina, Thailandia e Vietnam.  punta ad aumentare la comprensione delle nuove catene alimentari asiatiche legate all’acqua, esaminando la loro sostenibilità. Il bollettino scientifico dell’Ue Cordis spiega che «Il team ha iniziato sviluppando un quadro dettagliato delle catene del valore per ciascun prodotto mediante interviste e gruppi di discussione in tutti e 4 i Paesi. Questo ha aiutato a stabilire la storia della produzione e della lavorazione presso ogni sito studiato, in aggiunta a opinioni locali sui limiti di un aumento della produzione. Questo lavoro,  ha inoltre permesso al team di identificare importanti gruppi di interesse».

Il secondo passo del progetto è stato quello di valutare il ciclo vitale di tutti i processi coinvolti: fornire i prodotti acquatici ai consumatori, produzione del mangime, che comprende fagioli di soia in Brasile e mais negli Stati Uniti e smaltimento finale dei rifiuti alimentari. Un’analisi che ha aiutato a individuare le parti della catena della merce che sono problematiche.

Poi l’’analisi, la prima del genere in termini di copertura e dettagli,  è stata tradotta in dati statistici «Che dimostrano chiaramente perché alcuni processi sono più sostenibili di altri – dicono i ricercatori – Questi dati sono stati anche immessi in modelli appositamente sviluppati che sono in grado di prevedere il rischio di altre attività, come l’agricoltura, alla presente pratica dell’acquacoltura, oltre a qualsiasi cambiamento ambientale derivante dalle pratiche dell’acquacoltura».

Nel sud-est asiatico la maggior parte degli allevamenti consiste in stagni, ma l’acquacoltura si è intensificata e le popolazioni locali continuano a dipendere dagli stessi corpi idrici, quindi  i rifiuti dell’acquacoltura potrebbero rappresentare, e in molte aree già rappresentano, «Un rischio ambientale e per la salute delle comunità e dei territori vicini».

Lo studio ha realizzato modello ad hoc per ogni specie e per ciascun Paese ed i ricercatori, grazie all’immissione di dati sulle pratiche di produzione e sulle strategie di gestione delle acque in ciascun allevamento, dicono che  saranno in grado «Di stimare i livelli delle sostanze nutrienti e il potenziale dell’eutrofizzazione, ovvero la crescita eccessiva di alghe dovuta a un’alta concentrazione di sostanze nutrienti, e il rischio di contaminazione chimica nei sistemi idrici».

Seat ha anche sviluppato un sistema per aiutare gli allevatori di pesci locali a prevedere gli impatti ambientali prima che si verifichino, combinando modelli di “inquinamento” su vasta scala con modelli che prevedono le interazioni all’interno dei singoli allevamenti.

Il team ha esaminato anche gli effetti sociali ed etici della produzione dell’acquacoltura in Bangladesh, Cina, Thailandia e Vietnam, scoprendo che «Le storie di condizioni di estrema povertà presso allevamenti e impianti di lavorazione non sono necessariamente vere», sottolineando  «Gli alti livelli di occupazione locale creati dall’industria dell’acquacoltura; in Bangladesh ci sono 250.000 allevatori di gamberi black tiger».

Il progetto Seat si concluderà a novembre ed i partecipanti sono convinti che «Questa ricerca dovrebbe aiutare a garantire che la produzione dell’acquacoltura asiatica sia sostenibile. Essa porterà anche a più forti legami scientifici, economici, industriali e politici tra Europa e Asia. La ricerca aiuterà lo sviluppo di un indice etico degli alimenti dell’acquacoltura (Ethical Aquaculture Food Index – Eafi), uno strumento di supporto alle decisioni che riunisce tutti i dati prodotti dal progetto per garantire la fornitura ininterrotta di prodotti dell’acquacoltura sostenibili verso l’Ue».

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