Antropocene, il dominio umano del sottosuolo sta modificando la Terra

Solo i pozzi di petrolio sono lunghi 50 milioni di chilometri, come la distanza che ci separa da Marte

[8 agosto 2014]

Andando a caccia di risorse, nell’Antropocene che stiamo vivendo stiamo alterando le rocce e la geologia della Terra in un modo mai visto prima, durante i  4,6 miliardi di anni della storia del nostro pianeta. È quanto sostiene lo studio “Human bioturbation, and the subterranean landscape of the Anthropocene”, pubblicato sulla rivista Anthropoceneda Jan Zalasiewicz, e Mark William, del dipartimento di geologia dell’università di Leicester, insieme a Colin N. Waters, del British Geological Survey.

Un fenomeno, quello in atto, che dà ancora più sostanza al concetto di “Antropocene”, cioè alla convinzione che siamo entrati ormai in un’era nella quale abbiamo cambiato il pianeta così drasticamente da riuscire a mutarlo nel profondo, anche se non tutti gli scienziati non sono d’accordo sul fatto che l’Antropocene dovrebbe essere ufficialmente riconosciuto come parte della timeline geologica.

Il termine Antropocene è stato coniato più di dieci anni fa dal premio Nobel per la chimica Paul Crutzen. Da allora ha avuto una discreta fortuna, ma alcuni scienziati ritengono che sia prematuro riconoscerlo come il limite di una nuova era geologica, anche perché il suo inizio è controverso. Fino ad oggi, gran parte dell’attenzione è stata data alle modifiche che le attività antropiche hanno apportato alla superficie del pianeta, all’atmosfera, agli oceani ed gli ecosistemi. Ma secondo Zalasiewicz, «la nostra influenza sotto terra è altrettanto pronunciata» e su Planet Earth Online del Natural environment resarch council (Nerc), spiega che «il mondo sotterraneo non è un ambiente del quale la maggior parte di abbia un’esperienza diretta. Effettivamente è lontano dagli occhi, lontano dal cuore. Ma stiamo lasciando un segno sulla geologia che durerà per milioni di anni, probabilmente di più. Qualunque cosa facciamo, in futuro, la nostra influenza potrà solo crescere: abbiamo messo in moto una nuova fase nella storia del pianeta».

La nostra impronta sulla geologia della Terra risale all’Età del Bronzo e al Neolitico, quando vennero scavate miniere poco profonde per estrarre metalli e pietre focaie. Con l’avvento della rivoluzione industriale alla metà del XVIII secolo, nel mondo è cresciuta rapidamente la fame di minerali ed energia. Le miniere sono diventate sempre più profonde, diffuse ed estese. Poi a Londra, nel 1863, è stata costruita la prima rete di trasporto della metropolitana. Secondo il team britannico «queste attività hanno tutti alterato la “fabric of the rock” e, in alcuni casi, hanno introdotto materiali artificiali mai visti prima nei dati geologici della Terra».

Dalla metà del XX secolo l’espansione delle attività antropiche nel sottosuolo non ha avuto più freni, arrivando ai fondali marini profondi. Sono state scavate profonde caverne per stoccare rifiuti pericolosi e scorie nucleari e per effettuare test atomici, che hanno fratturato e fuso le rocce fino a 1,5 km sotto la superficie. Giova al proposito ricordare che la lunghezza totale dei pozzi che sfruttano i giacimenti di petrolio è stimata in 50 milioni di chilometri, circa la distanza tra la Terra e Marte, oppure la lunghezza totale della rete stradale mondiale. Il pozzo più profondo del mondo, il Kola Superdeep borehole in Russia, penetra per 12 km nella crosta terrestre.

L’opera di scavo più imponente realizzata da un qualsiasi altro animale, come le  gallerie profonde 12 metri scavate dai coccodrilli del Nilo per andarci in letargo durante la stagione secca, impallidisce di fronte a quel che abbiamo realizzato come esseri umani nella crosta terrestre.

Per Zalasiewicz, «i vasti cambiamenti che ci siamo prefissati di fare sotto terra e in superficie potrebbero  eventualmente anche formare uno strato altamente distintivo nelle rocce della Terra. Ma saranno influenzati  dagli agenti atmosferici e dall’erosione che, nel tempo, li consuma. Le nostre tracce nelle rocce profonde si trovano ben al di là della portata di questi processi, in modo che resteranno effettivamente bloccate lì dentro.  Se i geologi di civiltà future saranno molto fortunati, troveranno uno strato superficiale distinto con un sacco di funzioni trasversali che si estendono verso il basso per un certo numero di chilometri. Ci vorrà un po’ potere deduttivo per mettere insieme i pezzi del  puzzle».

Zalasiewicz e i suoi colleghi, in base ai loro studi, nei prossimi due anni presenteranno delle raccomandazioni alla International Commission on Stratigraphy.