Bufale e malapolitica costano care: il pasticcio dei sacchetti per la spesa 5 mesi dopo

Per l’ortofrutta registrata una flessione delle vendite di “sfuso” e la contemporanea «impennata senza precedenti» dei prodotti confezionati, che costano il 43% in più e hanno impatti ambientali peggiori

[9 maggio 2018]

Complottismo e burocrazia, due elementi che abbondano nel nostro Paese, possono costituire un mix esplosivo che difficilmente migliora la vita ai cittadini, e anzi in genere la peggiora: l’ultimo banco di prova sembra essere quello dell’obbligo in Italia dei sacchetti biodegradabili per l’ortofrutta (e non solo), avvenuto solo pochi mesi fa. Difficile dimenticare le bufale che hanno circondato la legge 123/2017 entrata in vigore il 1° gennaio in applicazione della direttiva europea 215/720, e ancor più l’incredibile querelle burocratica che ha portato alla sua concreta applicazione, con l’ultima puntata risalente a solo pochi giorni fa.

Il risultato è paradossale. La strada maestra per sfuggire al pasticcio politico, ovvero la possibilità di usare retine riutilizzabili al posto dei sacchetti monouso (che tra l’altro rappresenterebbe l’opzione ambientalmente migliore), non è stata percorsa. In compenso le bufale paiono aver avuto effetti sorprendenti, sia in termini di impatti ambientali negativi sia riguardo ai costi aggiuntivi per i cittadini.

A darne conto è l’ultimo report dell’ente pubblico Ismea (Istituto di servizi per il mercato agricolo alimentare), che dettaglia i dati sugli acquisti di ortofrutticoli freschi relativi al primo trimestre 2018: osservando le dichiarazioni di acquisto delle 9.000 famiglie che partecipano al panel sui consumi domestici dell’Ismea col supporto Nielsen, l’Istituto ha infatti rilevato che «a fronte di una riduzione degli acquisti di “sfuso” del 3,5% e del 7,8% della relativa spesa, si registra l’aumento delle vendite di ortofrutta fresca confezionata (+11% in volume e +6,5% la spesa)».

«A pochi mesi dall’introduzione dell’obbligo dei sacchetti biodegradabili in Italia, già si rilevano i primi effetti sulle dinamiche degli acquisti di prodotti ortofrutticoli freschi tra i banchi della Distribuzione Moderna», osservano dall’Istituto. Il nesso di causalità non può essere provato, ma le indicazioni in tal senso sono molto forti, data la flessione delle vendite di “sfuso” e la contemporanea «impennata senza precedenti» degli acquisti di ortofrutta fresca confezionata.

«Si tratta di numeri – argomenta infatti l’Ismea – che rendono ipotizzabile come la reazione istintiva avversa dei consumatori, anche a seguito del forte seguito mediatico attribuito all’evento, abbia fornito un’accelerazione a un processo di sostituzione di per sé già in atto. La novità e la sorpresa contenuta nei dati relativi al primo trimestre 2018 sta nella forza impressa a questa tendenza dall’entrata in vigore della nuova disposizione. Infatti, nel primo trimestre 2018 le vendite di ortofrutticoli confezionati rappresentano il 32% del totale contro il 29% del primo trimestre 2017».

Così, una norma che nelle sue intenzioni originarie avrebbe dovuto portare a minori impatti ambientali sembra stia spingendo a tutta forza verso il risultato opposto, visto il dilagare degli imballaggi legati alle vendite di prodotti ortofrutticoli confezionati. E il paradosso è compiuto considerando il confronto dei prezzi medi tra prodotti confezionati e sfusi: «A parità di prodotto, “i confezionati” costano mediamente il 43% in più degli “sfusi”», ma si arriva anche al +75% come nel caso dei pomodori. E tutto perché il consumatore stordito dalle bufale preferisce non pagare 1-3 centesimi in più a sacchetto biodegradabile durante la spesa, e soprattutto a causa della malapolitica che prima non ha saputo attuare correttamente una normativa europea, e nel corso dei mesi neanche ha voluto correggere adeguatamente il tiro.

L. A.