Rapporto Censis. Ma per ripartire perché non scegliere la green economy?

[6 dicembre 2013]

Stavolta la consueta capacità di analisi del Censis per capire come se la passa il nostro Paese – definito in questa 47° edizione «sotto sforzo», «smarrito», «profondamente fiaccato da una crisi persistente» – non aggiunge niente a quanto chiunque di noi purtroppo osserva e vive quotidianamente per sé e attorno a sé. Ma stavolta ci sono alcune questioni che convincono di meno, a partire dall’assioma secondo il quale sono solo i consumi individuali a stabilire la qualità della nostra vita. Questo consumo dunque sono o sono spacciato non ci ha mai convinto, nel senso che certamente un calo dei consumi è sintomo anche di ridotta ricchezza ma, considerato quanto si spreca, potrebbe anche essere una botta di “sobrietà” negli acquisti da non buttare via con l’acqua sporca della crisi.

Il Censis nel suo Rapporto evidenzia che nel 2013 su un campione di 1.200 famiglie «il 69% ha indicato una riduzione e un peggioramento della capacità di spesa» con le famiglie che sono tornate indietro di oltre dieci anni. Se questo è un dato duro che significa sic et simpliciter che in tasca arrivano meno soldi, è la ricetta del Censis per cambiare questo «quadro preoccupante nel quale risulta ormai essenziale agire con rapidità» che non convince. Dire che serve un «radicale abbassamento della pressione fiscale» e «incentivi ai consumi prontamente utilizzabili» non è sufficiente.

Il Paese è in crisi certamente anche perché non consuma, ma se siamo arrivati alla crisi stessa, è perché quel modello di sviluppo basato proprio solamente sul consumo non ha funzionato. In un’ottica, la nostra ovviamente, di riconversione ecologica del modello di sviluppo i consumi certamente ci sono ma si stabilisce o almeno si incoraggiano quelli più sostenibili (gli acquisti di beni che utilizzano materiali riciclati, ad esempio) e si inibiscono quelli più impattanti (l’usa e getta per dirne uno).

Le famiglie italiane, scrive proprio il Censis, hanno attuato una profonda ridefinizione dei consumi, attaccando sprechi ed eccessi in nome di una nuova sobrietà. Ma a parte quel 53% che ha ridotto gli spostamenti con auto e scooter per risparmiare benzina, il resto di questa sobrietà non ha molto a che fare con la sostenibilità ambientale: il 76% dà la caccia alle promozioni, il 63% sceglie gli alimenti in base al prezzo più conveniente, il 62% ha aumentato gli acquisti di prodotti di marca commerciale, il 68% ha diminuito le spese per cinema e svago, il 45% ha rinunciato al ristorante.

Non solo, nonostante ciò, la pressione fiscale e le spese non derogabili comportano uno stato di tensione continua. Per il 72,8% delle famiglie un’improvvisa malattia grave o la necessità di significative riparazioni per la casa o per l’auto sono un serio problema. Il pagamento di tasse e tributi (24,3%), bollette (22,6%), rate del mutuo (6,8%) mette in difficoltà una quota significativa di italiani. Sono poco meno di 8 milioni le famiglie che hanno ricevuto dalle rispettive reti familiari una forma di aiuto nell’ultimo anno. E 1,2 milioni di famiglie, che non sono riuscite a coprire le spese con il proprio reddito, hanno fatto ricorso a prestiti di amici. La recessione ha portato alla cessazione di più di un 1,6 milioni di imprese tra il 2009 e oggi. Tuttavia – spiega il Censis – nel piccolo commercio, che conta oltre 770.000 imprese, i negozi di vicinato che operano nell’alimentare, pur essendo stati spiazzati dalla grande distribuzione, hanno registrato un lieve incremento, vicino all’1% tra il 2009 e la prima metà del 2013.

Che fare dunque? Da dove possiamo ripartire? Qui il Censis dice cose piuttosto interessanti: capacità di resistenza e adattamento difensivo, ma anche di innovazione, rilancio e cambiamento, che sono tratti essenziali delle strategie messe in atto dalle donne nel mondo produttivo. E gli immigrati, per citare un altro anello tradizionalmente marginale nella nostra struttura sociale, «volano» sulle ali dell’intrapresa. Nonostante non manchino fenomeni di irregolarità e circoscritte violazioni delle norme di sicurezza, l’impresa immigrata è ormai una realtà vasta e significativa nel nostro Paese.

E per ripartire il Censis segnala giustamente la cultura: nel 2012 l’Italia, primo Paese al mondo nella graduatoria dei siti Unesco, presentava una dimensione del settore culturale fortemente contenuta se comparata ad altri Paesi europei. Il numero dei lavoratori (309.000, pari all’1,3% del totale) coincide con la metà di quello di Regno Unito (755.000) e Germania (670.000), ed è molto inferiore rispetto a Francia (556.000) e Spagna (409.000). Anche il valore aggiunto prodotto in Italia di 12 miliardi di euro (contro i 35 miliardi della Germania e i 26 miliardi della Francia) contribuisce solo per l’1,1% a quello totale del Paese (meno che negli altri Paesi europei). Mentre in Spagna (+14,7%), Francia (+9,2%), Germania (+4,8%) il valore aggiunto prodotto in ambito culturale è cresciuto significativamente tra il 2007 e il 2012, da noi l’incremento è stato molto debole, pari all’1%. A impedirne la crescita è la logica di governo del settore e modelli gestionali che ostacolano una maggiore integrazione tra pubblico e privato.

Giusta anche l’idea di un’edilizia innovativa come leva per la ripresa. È ora di guardare – spiega il Rapporto – anche in Italia all’economia della trasformazione urbana e territoriale, con i suoi diversi segmenti (grandi opere, rigenerazione urbana, edilizia residenziale, immobiliare, recupero del patrimonio storico-artistico) non più come un settore tradizionale in crisi di fatturato e occupazione, ma come un ambito in cui il ripensamento dei modelli può creare enormi opportunità.

Quello che però stupisce è che il Censis non abbia colto minimamente le potenzialità di un settore manifatturiero come quello che rappresenta e potrebbe sempre più rappresentare in futuro quale è la green economy. Non si fa cenno all’industria delle rinnovabili; dell’efficienza energetica; del riciclo; della manutenzione del territorio. Ma come è possibile? Delle due una: o il Censis è miope da questo punto di vista, oppure ha già bollato l’Italia come incapace di portare avanti questa rivoluzione. Viene quindi da sperare che semplicemente si sia “distratto”, anche se è una valutazione comunque deprimente.