“Cibo civile”: agricoltura a km0, sociale e anticrisi in Piemonte

Presentato a Expo 2015, il progetto dell’Università di Pisa e della Coldiretti Torino

[10 giugno 2015]

Cibo civile

«“Cibo civile”, ovvero quando la coltivazione di piante e l’allevamento degli animali co-produce valori economici e valori sociali aumentando il benessere dei singoli e delle comunità», è stato descritto così il progetto-ricerca, già presentato a Expo 2015 a MIlano, frutto della collaborazione fra il dipartimento di scienze veterinarie dell’università di Pisa e Coldiretti Torino.
In tre anni in Piemonte, “Cibo civile” ha consolidato una rete a Km0 di 38 imprese agricole, 15 cooperative sociali, Comuni e consorzi pubblici dei servizi, Gruppi di Azione Locale Francesco di Iacovo dell’università di Pisa, spiega che «In questo arco di tempo – senza finanziamento pubblico diretto, sono stati creati 36 posti di lavoro per persone a bassa contrattualità (persone con disabilità mentale, donne vittime di tratta, persone in uscita da percorsi di dipendenza), nuovi servizi per circa 200 persone ogni anno (bambini, adulti e anziani), un volume economico di attività di 3 milioni di euro ogni anno nelle aziende agricole coinvolte e un risparmio pubblico di investimento di circa 7 milioni di euro per i posti di lavoro creati, fornendo risposte utili alla crisi economica e del welfare pubblico e infrastrutture vitali utili per le popolazioni locali».
Fabrizio Galliati, presidente di Coldiretti Torino, sottolinea che «Le nostre imprese guardano con grande attenzione al tema del “Cibo civile” perché riescono a recuperare partecipazione alle esigenze della comunità e quella reputazione e visibilità che i mercati concorrenziali hanno finito per oscurare».
L’università pisana conclude: «In questa prospettiva, la diffusione del “Cibo civile” sul territorio nazionale, come su scala internazionale, può rappresentare una risposta concreta ai bisogni che le comunità incontrano in questa fase storica. Le aziende agricole che realizzano “Cibo civile” e quelle che ne assicurano la commercializzazione attraverso forme di filiera corta offrono opportunità inclusive, sia a livello sociale che lavorativo mentre i consumatori portano a tavola prodotti del territorio che sostengono i bisogni di comunità fornendo risposte attive non basate su logiche di assistenza pubblica, ma capaci piuttosto di offrire servizi innovativi e solidali».