Consumi, l’Italia è una Repubblica fondata sull’hard discount

Istat, per la prima volta le famiglie under35 spendono meno delle over65

[8 luglio 2015]

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In questi anni di crisi, apparentemente inesauribili, gli italiani continuano essere attori volenterosi ma imperfetti per una società votata all’aumento dei consumi. L’Indagine sulle spese delle famiglie, condotta dall’Istat e condensata oggi nel consueto report annuale, evidenzia come tra il 2013 e il 2014 la spesa media mensile delle famiglie italiane sia rimasta «pressoché invariata in termini reali». Il che rappresenta comunque un’inversione di tendenza, dopo due anni di cali consecutivi, ma testimonia anche come quel poco di crescita del reddito disponibile che c’è stata si sia fossilizzata in risparmi – con buona pace degli 80 euro di renziana memoria.

Se la spesa per beni e servizi rimane dunque stabile, è interessante andare a indagarne composizione e distribuzione. La media, infatti, è piuttosto trilussiana: i consumi medi per famiglia ammontano infatti a 2.488,50 euro al mese, ma andando a precisare la suddivisione in decili, l’Istat dettaglia come il 10% più povero delle famiglie italiane spenda in media 1.034,90€, mentre il più ricco 4.304,01€, più di 4 volte tanto.

Resistono inoltre le tradizionali differenze geografiche, con «valori massimi osservati in Trentino Alto Adige (3.073,54 euro) e in Emilia-Romagna (2.883,27 euro) e valori minimi per la Calabria (1.757,82 euro) e la Sicilia (1.778,86 euro)», una differenza tra i valori medi che arriva al 74,8%.

Il livello dei consumi, inoltre, cresce insieme a quello del titolo di studio – presumibilmente legato a redditi più alti. Se la persona di riferimento nel nucleo familiare possiede una laurea o titolo superiore, la media tocca i 3.435,23€, rispetto ai 2.750,59€ di chi ha il diploma di scuola secondaria di secondo grado e i 2.330,36€ correlati alla licenza di scuola media.

Guardando poi non solo alla quantità, ma anche alla qualità della spesa, si ritrova un indicatore potenziale negli acquisti di prodotti biologici. Il riferimento è quello di un settore dinamico e vitale, anche in questi anni di crisi, che a fasi alterne fa ben sperare sulla propensione alla sostenibilità negli italici acquisti. I dati Istat mostrano però come, nonostante tutto, rimanga ancora oggi una tendenza legata alle regioni del nord e alle famiglie più istruite: il 12,4% delle famiglie acquista almeno un genere alimentare biologico, ma nel Nord-est si arriva al 17,8% – un valore più che doppio rispetto a quelli del Sud e delle Isole. Nel 22,5% dei casi, inoltre, la persona di riferimento nella famiglia che acquista biologico possiede la laurea.

Sul fronte opposto, invece, a rimanere trasversale è l’appeal verso l’hard discount. Il 59% delle famiglie italiane riduce ancora la quantità o la qualità dei beni alimentari acquistati (era il 62% nel 2013, dopo 3 anni di triste crescita), ma a non ridursi è «la quota di acquisti presso hard discount (13%), che continua a crescere al Sud e nelle Isole (dal 12% al 15%)». Sono anni in cui i posti di lavoro – e i conseguenti redditi – continuano a rimanere merce assai rara, e per intaccare il meno possibile i livelli di consumo l’hard discount rappresenta una scelta sempre più comune.

Su composizione e sostenibilità ambientale l’Istat non si sofferma, ma qualche indicazione in più dovrebbe arrivare con l’atteso rapporto Ispra sui rifiuti urbani (che nell’ultima rilevazione ammontavano a 29,6 milioni di tonnellate, circa 4,5 volte in meno dei rifiuti speciali). Una cosa però è certa: in un Paese dove per la prima volta le coppie giovani (under 35) registrano livelli di acquisti più bassi rispetto a quelli delle coppie over65, la preoccupazione per il futuro – men che mai sostenibile – non sembra ancora in cima alla lista della spesa.