La prima puntata di un focus dedicato al più importante congresso per la finanza pubblica

Il consumismo morirà di vecchiaia? Come l’aumento degli anziani cambia la società

A greenreport Chiara Canta, ricercatrice in Health Economics alla Scuola norvegese di economia

[26 agosto 2014]

La popolazione di molti Stati industrializzati sta rapidamente imboccando la strada della vecchiaia, e quella italiana più di altre. Quali sono, secondo gli elementi emersi in questa 70esima edizione del congresso annuale dell’International Institute of Public Finance, le principali strategie che occorre mettere in atto per mantenere alta la qualità della vita di una società dai capelli grigi?

«Il congresso ha messo in luce l’importanza di ripensare ai nostri sistemi pensionistici. Non si tratta solamente di rivedere l’età pensionabile e il livello delle pensioni, ma anche di progettare sistemi che distribuiscano in maniera efficiente e equa i rischi legati agli andamenti dei mercati finanziari (si pensi ai rischi cui sono esposti i fondi pensione). Un problema correlato è quello degli anziani dipendenti: quale ruolo deve avere lo Stato? Quale la famiglia? E i mercati assicurativi?».

Secondo la teoria economica che fa capo a Alvin Hansen, cui più volte si sono riferiti autorevoli economisti come Paul Krugman, una lenta (o declinante) crescita della popolazione condiziona negativamente l’economia. Che ruolo gioca nella crisi in corso l’età sempre più avanzata dell’Europa e dell’Italia in particolare?

«È chiaro che la crescita della popolazione e il progresso tecnologico sono fondamentali per l’economia. Il problema (nuovo) cui le nostre società devono far fronte oggi è soprattutto la riduzione della popolazione attiva rispetto ai pensionati. Il consumo dei lavoratori di ieri non può più essere garantito esclusivamente dai contributi versati dai lavoratori di oggi. In un paese come l’Italia, in cui le pensioni rappresentano la frazione più importante del welfare, questa tensione è particolarmente grave e contribuisce alla  stagnazione del nostro Paese».

Nel corso della storia umana mai sono esistite società con un così alto numero di over 65. Alcuni osservatori si concentrano sulla “giovanilizzazione” della vecchiaia, con consumi spinti fino a un età avanzata; altri sottolineano che gli anziani acquistano meno prodotti dei giovani (semmai più servizi). Il consumismo morirà dunque di vecchiaia, o no?

«La domanda è interessante e il dibattito ancora aperto. L’evidenza empirica a nostra disposizione non è conclusiva. Il livello di consumi dipende ad esempio dal livello di salute. Chiaramente un anziano “giovane” consumerà beni e servizi diversi da quelli di un over 85 non-autosufficiente. Non direi comunque che il consumismo morirà di vecchiaia, anche se ci potrebbe essere un cambiamento nella composizione dei consumi».

La piramide demografica di paesi come l’Italia suggerisce la necessità di frenare un invecchiamento della popolazione sempre più accentuato. D’altra parte, a livello globale, una politica che affronti il progressivo esaurimento delle risorse naturali favorisce una popolazione stazionaria. È possibile trovare un equilibrio tra queste esigenze opposte?

«In Italia il tasso di fecondità è ben al di sotto del tasso di sostituzione che garantirebbe una popolazione stazionaria. Quindi, penso che nel nostro Paese il problema dell’esaurimento delle risorse sia secondario in questo momento. In generale, negli ultimi due secoli, la tecnologia ci ha permesso di moltiplicare il reddito pro-capite anche a fronte di una crescita fenomenale della popolazione. Nuove risorse e nuovi modi di utilizzarle potranno essere la chiave di volta: «L’età della pietra non è finita per mancanza di pietre», per dirla con le parole dello sceicco Zaki Yamani».