Coop, il ritorno della sobrietà: in Italia prendono piede i «consumatori non consumisti»

Nel rapporto 2015 si intravede un Paese «post consumista». Sarà la volta buona?

[4 settembre 2015]

rapporto coop

Se è il linguaggio a definire i confini del mondo che viviamo, quello sperimentato in Italia e raccolto dal rapporto Coop 2015 sta cambiando. Qualche perplessità a leggere “respingere gli immigrati” tra le espressioni a dire il vero c’è, vista la cronaca di questi mesi, mentre più comprensibile è la collocazione nel “passato” di termini come “politici”, “partiti”, “stato” e “sindacati”. Una disaffezione che spaventa, coerente con il sempre minor afflusso alle urne durante le tornate elettorali, ma che è accompagnata dalla speranza nel leggere espressioni come “premiare il merito”, “combattere la disoccupazione”, “ridurre le disuguaglianze”, “famiglia”, “la sobrietà nei consumi”: sono queste le parole nel lessico italiano del futuro.

D’altronde lo specchio del rapporto Coop riflette, come sempre, l’immagine di un’Italia «bipolare e schizofrenica», eternamente divisa. Pil e reddito disponibile, per la prima volta dopo anni di apnea, stanno tirando il primo sospiro di sollievo grazie agli ormai famosi fattori esogeni (euro debole, basso prezzo del petrolio, aiuto della Bce). Ma la boccata d’ossigeno non è uguale per tutti. Nonostante l’ottimismo sparso a piene mani dal governo Renzi, a inizio 2015 si registravano in Italia ancora 780mila occupati in meno rispetto al livello di inizio 2008, e oggi il 20% delle famiglie dispone del 38% dei redditi totali (mentre la ricchezza è ancora più concentrata). Il risultato è che la cuspide dell’opulenza e del benessere materiale si fa sempre più concentrata, mentre «quasi 6 famiglie italiane su 100 (1,47 milioni) rimangono vulnerabili, in condizioni economiche tali da non permettere l’acquisto dei beni e dei servizi considerati essenziali per uno standard di vita minimo. L’11,4% delle persone manifesta sintomi di grave deprivazione materiale. Quasi un terzo della popolazione, poi, è a rischio di povertà o esclusione sociale: metà delle famiglie italiane vive con meno di duemila euro al mese».

È la conferma di una tendenza in atto da anni in gran parte del mondo occidentale, acuita negli anni di crisi economica, ma che ora in Italia – secondo il sentiment raccolto dagli estensori del rapporto Coop – si trova a confrontarsi innanzitutto con una ripresa dello spirito. «Dopo lunghi anni in cui la recessione ha portato con sé un netto deterioramento nella percezione delle condizioni di vita, nel 2015 si registra finalmente una inversione di tendenza. Si registra inoltre un interessante balzo in avanti (dal 41% al 52%) per la quota di individui che ritiene invariata o in miglioramento la propria situazione economica, benché permangano significative fratture lungo diverse dimensioni: non occupati Nord-Sud, giovani-vecchi, occupati». Dopo anni di arretramento nel 2014 la spesa delle famiglie ha smesso di cadere, ma non per i giovani, che insieme alle donne rimangono la categoria più segnata dalla crisi. Le coppie under35 dichiarano una spesa mensile di circa 100 euro inferiore rispetto a quelle over65, una disparità di oltre mille euro l’anno che si declina anche nell’ormai annoso affanno demografico del Paese.

La diversità sta nell’atteggiamento con cui gli italiani interrogati dalla Coop rispondono a queste fratture sociali che percorrono l’Italia.

«Gli apocalittici duri e puri sono poco più del 3% degli italiani: per costoro, affetti da un pessimismo della ragione quanto della volontà, la crisi è la giusta punizione per anni di opulenza, una catastrofe senza possibilità di salvezza. Nonostante le difficoltà di ripresa, soprattutto dell’occupazione, e nonostante la deriva del sud, le persone pessimiste sono risultate essere solo l’11%. E non certo i giovani. Il realtà il pessimismo deriva da un confronto con un passato oramai remoto, in cui l’economia cresceva a due cifre e così i consumi: ci si lamentava dell’inflazione ma intanto si esportava e si consumava a salari crescenti. Di questa lontana età dell’oro non hanno nessuna esperienza i giovani, in età lavorativa e con poco lavoro, di oggi. Per i giovani crisi o uscita lenta dalla crisi poco cambia. Ma non hanno tenuto quelli che un tempo venivano chiamati i “Miti d’oggi”: si è dissolta progressivamente la centralità del consumo abbondante, opulento, simboleggiante, inutile. Si è creato così un cortocircuito tra la sobrietà delle generazioni del dopoguerra e la neo-sobrietà della generazione digitale che sempre più al possesso sostituisce l’uso temporaneo o condiviso».

Quello che nel rapporto di un gigante della distribuzione organizzata come la Coop viene definito il “monolite del consumismo” si sta «frammentando non in mille schegge incontrollabili ma in un significativo numero di stili che vanno da quelli più chiusi e legati al passato a quelli più aperti e capaci di riprogettare il prossimo futuro, il “futuro immediato”. Fatto meno di possesso e più di accesso, di fruizione». Plasmando «i consumatori non consumisti» del prossimo futuro, protagonisti di un’Italia «post consumista».

Una nuova specie di homo italicus, che in passato si è però più volte intravista per poi evaporare ancor prima di diventare realtà. Con il risultato che l’Italia, nonostante la crisi e i cambiamenti nelle modalità di spesa, oggi si calcola che consumi ogni anno il 380% delle proprie risorse naturali (senza contare quelle minerali, per dire). Una volta rimosso il blocco – anche psicologico – della crisi, solo il tempo potrà dire se «i consumatori non consumisti» si saranno affermati in Italia: lo stesso tempo che, di fronte ai vincoli dell’ecosistema in progressivo deterioramento, rimane la nostra più scarsa e preziosa risorsa.