Daly bacchetta Krugman. Se anche il premio Nobel vuol cuocere (a vapore) l’ambientalismo

[8 ottobre 2014]

I vincoli fisici del nostro universo, purtroppo per noi, non sono negoziabili quanto quelli economici: e non è la prima volta che anche economisti del calibro di Paul Krugman si infilano in un cul-de-sac del genere. Contattato da greenreport, Herman Daly – uno dei più noti economisti ecologici al mondo, che partecipa al nostro think tank Ecoquadro – parla in questi casi di «confutazione per condiscendenza».

Il premio Nobel Paul Krugman si è dimostrato più volte, nel corso della sua carriera – si accademica che di sagace comunicatore – uno dei più brillanti economisti della sua generazione. Dall’alto della sua levatura è e rimane uno dei più battaglieri fautori della lotta alle disuguaglianze economiche, e una delle voci più autorevoli a gridare la necessità di investimenti anticiclici, di stampo keynesiano, per tirare fuori le gambe dell’economia mondiale da quelle sabbie mobili in cui una scellerata governance finanziaria e politica l’hanno ficcate nel corso di tutti questi anni. Ma anche ai migliori capita d’inciampare, e Paul Krugman è tornato a farlo proprio sui “limiti della crescita”.

Nella sua ultima uscita sul New York Times, dopo aver come suo solito affilato la penna, Krugman si è lanciato nell’evocativo titolo Slow Steaming and the Supposed Limits to Growth, esordendo laconico: «Il pessimismo ambientale produce strani compagni di letto». Stuzzicato dall’attacco rivoltogli su Bloomberg – una delle testate economiche più importanti al mondo – dal fisico Mark Buchanan, che accusa gli economisti di essere «ciechi ai limiti della crescita», Krugman replica piccato con un aneddoto chiarificatore, nel quale si è imbattuto personalmente.

«Dopo il 2008, quando i prezzi del petrolio sono aumentati bruscamente, le compagnie di navigazione – che inviano enormi navi portacontainer lungo consuete “rotte a pendolo”, trasportando merci ad esempio (ad esempio) da Rotterdam alla Cina e viceversa – hanno risposto riducendo la velocità delle loro navi». Il risultato di questa decisione, afferma il premio Nobel, è che la riduzione dei consumi energetici da parte delle imbarcazioni è più che proporzionale alla riduzione della velocità: ovvero, navigando più lentamente, è possibile diminuire le emissioni di gas serra e al contempo aumentare la quantità di merci trasportate. Come? «Semplicemente utilizzando più navi», spiega Krugman seguendo un filo logico corretto ma fin troppo lineare.

I limiti della crescita si possono scorgere soltanto guardando a quelli del nostro pianeta, che sono validi solo nel loro insieme. Krugman ammette che il suo esempio da solo «non è sufficiente» a spiegarne la complessità, ma risulta anche controproducente esponendosi a critiche altrettanto ovvie. Nel bilancio delle emissioni di gas serra (apparentemente in calo) sono incluse anche quelle immesse nell’atmosfera per produrre le merci aggiuntive? E quelle per la costruzione dei natanti in più? E ancora, soprattutto, il crescente utilizzo di materie prime per costruire le imbarcazioni e i prodotti – altrettanto importante rispetto all’aumento della CO2 – come viene compensato?

Queste banali osservazioni ci ricordano come l’entropia di un sistema possa diminuire, è vero, ma solo aumentando quella di un altro sistema. Nel complesso, a quanto ne sappiamo non può che crescere. Di questo Krugman, come la stragrande maggioranza degli economisti contemporanei, sembra non tener affatto di conto. I vincoli fisici del nostro universo, purtroppo per noi, non sono però negoziabili quanto quelli economici.

«Krugman – sottolinea Daly in suo intervento – ha ragione nel dire che il rapporto tra crescita economica e inquinamento non è necessariamente del tipo “uno-a-uno” Ma c’è indubbiamente una forte correlazione positiva tra la crescita del Pil e il throughput delle risorse naturali», ovvero la loro estrazione, il loro impiego e la loro “digestione” all’interno del metabolismo economico. «Probabilmente potremmo davvero diventare più ricchi (aumentando il benessere netto) riducendo al contempo il nostro impatto sull’ambiente, come spera Krugman. Ma sarà soltanto riducendo la crescita antieconomica (all’interno del throughput e del Pil, strettamente correlato), piuttosto che aumentandola. Sarei contento se fosse questo ciò che Krugman ha in mente, ma dubito che lo sia». Anche a noi qualche dubbio è venuto.