Decrescita infelice. Consumi energetici a picco e l’Enel che dice? Le famiglie italiane pagano poco

La sostenibilità ambientale, sociale ed economica non vanno a braccetto se non si capiscono e non si mettono in buon ordine le priorità

[10 giugno 2013]

Spread o non spread che migliora, se c’è una cosa certa, questa è che l’Italia da tempo è in una pesante decrescita. L’ennesimo bollettino dell’Istat sulla produzione industriale dice che ad aprile 2013 è diminuita dello 0,3% rispetto a marzo e del 4,6% rispetto ad aprile 2012. Non solo, sempre secondo l’Istituto, nel primo trimestre 2013 il Pil è diminuito dello 0,6% rispetto al trimestre precedente e del 2,4% rispetto al primo trimestre 2012. Se si incrociano questi dati con quelli sulla disoccupazione, si vede bene come il rapporto sia direttamente proporzionale e, se tanto ci dà tanto, il grado di felicità della suddetta decrescita ci pare ai minimi.

Per contro, l’ambiente potrebbe ringraziare la crisi visto che i consumi (di energia e di materia) sono in netto calo: -2,3% per l’energia e -14,8% per il settore che, in termini tendenziali, registra in aprile la più ampia variazione negativa: ovvero, l’attività estrattiva.

Ancora una volta, dunque, dal nostro punto di vista non è utile constatare quanto in basso stiamo andando, ma come si possono invertire le cose prendendo il buono della crisi, ovvero la connessione (anch’essa diretta) tra riduzione del Pil e riduzione degli impatti sull’ambiente. Questo è il nodo. Far ripartire l’economia, perché senza non c’è felicità almeno per la stragrande maggioranza delle persone, ma senza compromettere le risorse. Come? Cercando il più possibile di scegliere cosa vogliamo che cresca. A partire dal lavoro che deve essere di più – e l’ambiente ne offrirebbe molto, a partire dalla manutenzione dell’esistente – all’efficienza e alla rinnovabilità energetica e della materia.

Ma già qui non sarà facile mettersi d’accordo: uno dei guai, leggendo ad esempio l’ad di Enel Fulvio Conti (intervenuto sull’inserto Corriereconomia di oggi) è che i consumi di energia stanno crollando, tanto che starebbero tornando a quelli del 2002. E se da una parte è ovvio che l’ad di un’azienda che produce energia non possa non sperare che i consumi aumentino, perché così fa più profitti, tuttavia l’Enel è anche una società pubblica (il Ministero dell’Economia e delle Finanze italiano è ancora l’azionista di riferimento), dunque ha la necessità di ridurre i consumi, come richiesto anche dai patti dell’Ue. Come si concilia tutto questo? Fosse per Enel, tra l’altro, si sarebbe da un pezzo tornati all’utilizzo del carbone, per non dire del nucleare, e la scelta con Enel Green Power di investire nelle rinnovabili non compensa certo questi reiterati tentativi di ritorno al passato.

Ma la cosa sorprendente è che nell’incastro tra sostenibilità economica, ambientale e sociale, nell’intervista di Conti emergono elementi finora non emersi nella discussione che vedeva da una parte quelli che dicono che le rinnovabili hanno ingigantito la bolletta e poco altro, e quelli che invece ne rivendicano i benefici per l’economia e per l’ecologia.

E Conti ad esempio spiega bene le virtù e gli attuali limiti delle rinnovabili: «È evidente – spiega l’ad Enel – che le rinnovabili giocano un ruolo sempre più importante. In alcuni momenti della giornata arrivano a copri re fino al 50% del fabbisogno, per poi crollare anche sotto al 10%. Si tratta di oscillazioni pericolose se non supportate da un sistema di riserva. Ci sono impianti che ormai lavorano 500 ore all’anno, ovvero il 5-6% della loro potenzialità; ma vanno mantenuti e spesati perché senza di essi non avremmo tutta l’energia che ci serve». Conti però prosegue, e dopo aver ricantato le lodi a carbone e nucleare – «In Francia circa l’80% è nucleare, la Germania ha molto carbone e lignite, peraltro sussidiati, e nucleare. Se in Europa il costo opportunità è di 40 euro al megawattora, da noi è a 60 euro» – aggiunge che  «gli altri Paesi fanno anche altre scelte»: «Prendiamo ancora la Germania. La signora Maria italiana paga l’energia elettrica 19 centesimi al kilowattora, quella tedesca quasi 26: insomma, là le famiglie pagano di più. Sulle grandi industrie non c’è molta differenza. A soffrire, in Italia, sono invece le piccole e medie imprese: è su di loro che si scaricano i costi. In Germania, che ha più o meno la stessa proporzione italiana di piccole e medie imprese, hanno invece scelto di esentarle da pesi eccessivi, rovesciando gli oneri accessori sui cittadini».

E qui scatta la domanda che invece il giornalista del Corriere non ha fatto, ovvero: «Che cosa vuol dire con questo?». Perché la risposta cambia totalmente il senso di queste affermazioni. Se infatti per Conti la risposta è che fanno bene in Germania a far pagare ai cittadini quei costi, ci sarebbe davvero da rimanere senza fiato. Di fronte al liberismo sfrenato richiesto dalle aziende (grandi o piccole che siano) anche in Italia si pretenderebbe invece che gli oneri ricadessero ancora una volta sui cittadini? Come se peraltro i costi della bolletta cara per le piccole imprese non fosse già questa scaricata sui prodotti finali messi in vendita, e quindi sui cittadini stessi. Diversamente, può anche darsi che Conti intendesse dire che noi in Italia siamo bravi perché in Germania fanno ricadere tutto sui cittadini, ma il dubbio resta.

Come si vede la sostenibilità ambientale, sociale ed economica non vanno a braccetto se non si capiscono e non si mettono in buon ordine le priorità. Se dall’energia ci spostiamo alla materia, infatti, le cose non stanno diversamente. Finché l’economia tirava, il problema era dove mettere la spazzatura per qualcuno e come ridurre e gestire al meglio i flussi di materia per quelli che avevano una visione più completa del problema. Di fronte (almeno in Europa) ad un’inversione del trend, si vede bene che non si sa che pesci prendere perché quegli auspici di riduzione dei consumi evidentemente erano, nella migliore delle ipotesi, tali. Con un’aggravante rispetto alla Germania: quello è un Paese che ha un chiaro Programma energetico nazionale e che è stata in grado di rivederlo in corsa dopo Fukushima Daichi (e che  già oggi vende in inverno energia eolica alla nucleare Francia), l’Italia, grazie anche alle pressioni delle nostre multinazionali semi-statali e alle amicizie con l’oligarchia energetica russa (per non parlare di Gheddafi e dei dittatori arabi vecchi e nuovi…) quel Piano non ce l’ha.