Esiste una carne no ogm? Sì! La Chianina

[21 febbraio 2014]

Se gli alimenti ogm free non sono un miraggio, fino ad oggi lo erano tutti quelli relativi alla carne. Come noto i mangimi per gli animali non hanno obblighi di essere ogm freen neppure in Italia, tant’è che noi di greenreport.it da sempre segnaliamo come sia un modo come un altro – almeno per quelli che non sono vegani – di far uscire una cosa dalla porta, per farla rientrare dalla finestra. Ma adesso, almeno per la carne Chianina, c’è il protocollo per una filiera interamente garantita ‘no Ogm’. E per gli allevatori si aprono nuovi sbocchi commerciali, in particolare nei confronti della grande distribuzione organizzata. Il documento è stato presentato ad Arezzo – in un convegno organizzato da Cia Toscana – al termine del progetto  “Pro.sper.a.n.o. – Protocollo sperimentale alimentazione no Ogm” che fa parte dei Progetti integrati di filiera anno 2011 – Misura 124; PIF “Interventi volti al miglioramento della qualità della carne bovina a marchio IGP – Vitellone bianco dell’Appennino centrale”, cofinanziato dal PSR 2007-2013 della Regione Toscana. Il costo del progetto è stato di 495.340 euro di cui 345.738 euro da contributo del PSR (Piano di sviluppo rurale).

Attualmente solo il 7% delle aziende zootecniche toscane (di razza Chianina) utilizza una parte di mangime per l’alimentazione animale di origine Ogm (organismi geneticamente modificati), in particolare soia importata.

«L’obiettivo del progetto – ha commentato Chiara Innocenti, presidente Cia Arezzo – vuole garantire al consumatore una carne chianina completamente no ogm, dando così un valore aggiunto alle nostre aziende ed allevamenti, ed offrendo loro opportunità ulteriori di mercato. La fotografia dell’allevamento di Chianina ci mostra, comunque, un settore vitale, basato su allevamenti medio-piccoli con prevalenza di ciclo chiuso ed alimentazione locale ed una discreta integrazione di filiera».

«Un contesto nel quale – ha aggiunto Marco Failoni della Cia Toscana – la certificazione No Ogm, per la maggior parte delle aziende, potrebbe essere raggiunta senza cambiamenti dei processi produttivi e senza eccessivi costi aggiuntivi. Naturalmente la convenienza di questa procedura, dipende dalla disponibilità della distribuzione a valorizzare il prodotto in termini di prezzo, e quindi dalla “forza contrattuale” che la filiera produttiva saprà esercitare nell’ambito della filiera».

Fra i problemi maggiori, per una produzione di carne chianina no-ogm, ci sono i costi di produzione: «ad esempio una soia no-ogm rispetto ad una soia ogm ha un costo maggiore per l’allevatore del 15%. Un costo – evidenzia Luca Marcucci, presidente Cia Siena – che non è compensato da altri segmenti della filiera (es. distribuzione), quindi anche il mercato dovrebbe dimostrare – riconoscendo un prezzo superiore – di volere una produzione interamente no-ogm, riconoscendo alla parte agricola un valore aggiunto. Inoltre la soia no-ogm è di difficile reperimento e potrebbe essere sostituita da altri mangimi proteici, come favino, girasole e erba medica che possono essere prodotti direttamente in azienda».

Come ha sottolineato Stefano Mengoli, responsabile commerciale Cooperativa Bovinitaly ”la certificazione No Ogm non è un requisito dell’IGP ed è facoltativa” «La certificazione degli alimenti riguarda esclusivamente soia, mais e derivati – ha spiegato Mengoli -, i capi sottoposti a controllo sono esclusivamente i vitelloni la cui carne è Igp; il sistema attualmente vigente, basato sull’autocertificazione e sulla verifica in sede di controllo, non è più valida; per poter garantire il No Ogm è necessaria per Legge una procedura di certificazione. I costi per l’applicazione del protocollo cambiano in base alla provenienza dell’alimentazione. Nel caso di allevamenti alimentati con prodotti aziendali e/o locali, gli alimenti non dovranno essere sottoposti a controlli ed analisi; sarà sufficiente tenere un registro (che potrà essere lo stesso già utilizzato per altre certificazioni, ad esempio per il biologico), che verrà controllato dall’organismo di certificazione; per allevamenti alimentati con prodotti provenienti da mangimifici, inoltre, il  produttore, oltre alla tenuta del registro, dovrà mettere in atto una procedura che garantisca la percentuale contenuta di prodotto Ogm e l’origine».