Istat, economia in stallo: impatto zero da Legge di Stabilità. Il monito Ipcc è un’opportunità

«Effetto cumulativo netto nullo» nel 2015-2016. E' il modello di riferimento che va cambiato

[3 novembre 2014]

La tensione sul piano dell’economia si materializza sempre più a livello di piazza. Gli scontri con sindacati e lavoratori – prima verbali, poi tradotti in manganellate da parte delle forze dell’ordine –, fino ai centri sociali, sono un segnale oltremodo preoccupante. Delle contingenze economiche non si può incolpare in via esclusiva l’attuale governo, in sella da pochi mesi, ma quel che inquieta della sua azione è l’apparente mancanza di strategia: tutto va bene, purché si muova.

Il risultato è che questo tutto sovente si sposta a passo di gambero. Si prenda le energie rinnovabili: l’istituto di ricerca internazionale Ihs prevede che a fronte dei 1.700 megawatt di potenza fotovoltaica installata l’anno scorso in Italia, quest’anno ci fermeremo a quota 800 megawatt, meno della metà. Il taglio degli incentivi – anche retroattivo – ha colpito duramente il settore, e instillato ulteriore mancanza di fiducia negli investitori esteri. Le rinnovabili sono un mercato vivo e vitale per l’Italia, un potenziale punto di forza: nel 2013 sono riuscite a mobilitare positive ricadute sull’economia per 6 miliardi di euro e garantire uno stipendio a 63mila occupati. Con lo Sblocca-Italia e i tagli retroattivi alle energie pulite il governo ha però preferito guardare al petrolio, eterna promessa non mantenuta delle trivelle in Italia.

Eppure l’appello dell’Ipcc sugli impatti dei cambiamenti climatici è arrivato più chiaro che mai, riuscendo stavolta a catturare l’attenzione dei mainstream media; quello che ancora non appare così evidente è il sottointeso. Senza ambiente non c’è economia, lavoro e anche civiltà. La posta in gioco racchiusa in quelle conseguenze «irreversibile e pericolose» del riscaldamento globale non è altro che questa. L’obiettivo finale è ambizioso quanto lontano. Arrivare a emissioni zero di gas serra entro il 2100, quando a oggi queste esternalità negative sono in crescita globale, nonostante la crisi economica. Ma l’Ue ha siglato un accordo tutt’altro che ambizioso sul pacchetto Clima-Energia da qui al 2030, per la mancanza di volontà nello spezzare equilibri di potere consolidati e per il timore di un rallentamento economico, e l’Italia abbassa al contempo la guardia sull’energia pulita e non riesce a trovare una sua via per rivitalizzare lo sviluppo economico: le previsioni pubblicate oggi dall’Istat confermano un quadro a tinte fosche. «Nel 2014 – scrivono dall’Istituto – si prevede una diminuzione del prodotto interno lordo (Pil) italiano pari allo 0,3% in termini reali, seguita da una crescita dello 0,5% nel 2015 e dell’1,0% nel 2016», sperando non siano stime da rivedere successivamente al ribasso, come di consueto da molti anni a questa parte.

I risultati dell’azione governativa finora non sono valutati come incisivi. Secondo lo stesso Istat «i provvedimenti adottati [nella Legge di Stabilità 2015, ndr] sono previsti avere un impatto netto marginalmente positivo nel 2014 ed un effetto cumulativo netto nullo nel biennio successivo».

Il paradigma economico come fin qui elaborato non ha più capacità (né motivo) di crescere, e serve ora il coraggio necessario per disegnarne uno nuovo, compatibile coi limiti di un pianeta finito e delle sue risorse. Un mutamento totale, che sarebbe riduttivo pensare solo in termini energetici. Come recentemente riassunto da Giorgio Nebbia su La Gazzetta del Mezzogiorno, nel mondo la quota di veicoli circolanti ha raggiunto il valore di 1 miliardo, uno ogni 7 abitanti: 750 milioni di autoveicoli passeggeri, 250 di commerciali “leggeri” (con peso sotto i 3500 chili), 400 di camion “pesanti”. Tutti insieme bevono ogni anno «2500 milioni di tonnellate di benzina e gasolio», e immettono «nell’atmosfera 9 dei 30 miliardi di tonnellate complessivi di gas serra». Soprattutto, però, a occhio e croce rappresentano «una massa di circa 3000 milioni di tonnellate di ferro, alluminio, gomma, plastica, e poi rame, cromo, vetro, vernici, eccetera, che circolano senza sosta nelle strade del mondo, che trasportano, lungo le strade e nelle città, persone, e poi merci, alimenti, benzina, macchinari, carta, legname, metalli, eccetera. Un ininterrotto flusso di materiali che rappresenta il sangue dell’economia».

Di lavoro da fare per cambiare tale ciclopico stato delle cose ce n’è un’enormità, una medicina formidabile per la disoccupazione di massa se traesse linfa da investimenti pubblici e privati: quel che manca è un chiaro catalizzatore, un indirizzo politico che incanali l’enorme massa di liquidità oggi in circolo nella economia finanziaria mondiale. In Italia, solo gli autoveicoli passeggeri sono 40 milioni, col loro carico di materiali e energia consumata: ci pensi il governo, e non si limiti a mettere all’asta le auto blu.