Storia di un limite divenuto risorsa: l’auto di alluminio

[13 marzo 2014]

Gli squilibri ambientali che l’ecosistema planetario sopporta a causa dell’impatto antropico richiedono, per essere affrontati con successo, un’azione imponente quanto risoluta che coniughi gli sforzi dei cittadini con quelli delle imprese, con il coordinamento di una classe politica lungimirante. Parlando ci capacità e velocità di riconversione industriale una delle più impressionanti dimostrazioni rimane quella portata avanti negli Stati Uniti sotto la guida del presidente Roosvelt, una volta decisa la discesa nel campo di battaglia della Seconda Guerra Mondiale. Nel giro di pochissimo tempo (nell’ordine di mesi) l’industria automobilistica venne stravolta fino a garantirgli la possibilità di rifornire di aerei e carri armati i soldati impegnati in battaglia. Una riconversione bellica non è certo il miglior esempio da seguire per una che si impegna ad essere ecologica, ma dimostra che l’emergenza, quando percepita davvero come tale, riesca a rendere realistiche possibilità altrimenti giudicate al più fantasiose.

Ma non esistono certo solo casi eroici cui poter fare riferimento per dimostrare come l’ingegno umano sia in grado di individuare una via di successo anche quando le strade già battute appaiono senza sbocchi. Nella case history del normale business, ad esempio, spicca la nascita di una casa automobilistica inglese che oggi fa parte della multinazionale indiana Tata Motors.

Negli anni immediatamente successivi alla II Guerra Mondiale l’industria statunitense poté tornare a produrre molte auto (anzi, sempre di più) oltre che carri armati. E lo stesso si tentò ovviamente di fare Oltreoceano, in Inghilterra. La guerra non aveva però troncato moltissime vite, ma anche prosciugato la disponibilità di molte materie prime. Una su tutte, l’acciaio. Per questo il primo prototipo di Land Rover, disegnato per mano di Maurice Wilks (correva la lontana estate 1947: clicca qui per maggiori informazioni sulla Land Rover) venne assemblato prendendo in prestito pezzi meccanici da un mezzo usato, una vecchia Willys Jeep, e – soprattutto – si decise di ridurre al minimo indispensabile l’utilizzo dell’acciaio, scarsamente disponibile sul mercato, nella costruzione del mezzo.

La scelta ricadde così sull’alluminio prodotto da un’azienda rigorosamente UK, la Birmabright di Birmingham, che terminato il conflitto bellico, e con esso le commesse dell’aeronautica militare, aveva grandi quantità di materiale da poter vendere. Questo limite imposto dalla scarsità di risorse si dimostrò col senno di poi un’incomparabile fortuna per la Land Rover, che a sessant’anni dalla sua nascita rimane una casa automobilistica apprezzata in tutto il mondo per la robustezza e la riparabilità dei suoi veicoli anche in situazioni estreme (e nel corso degli anni non sono state poche le organizzazioni legate all’osservazione della natura, come la Royal Geographical Society e Biosphere Expeditions, che hanno apprezzato queste caratteristiche per le loro spedizioni).

L’alluminio, infatti, al contrario del suo più celebrato cugino acciaio, è poco soggetto alla corrosione e può essere lavorato più facilmente. Particolare oggi non trascurabile, è anche riciclabile al 100%, offrendo così un utilizzo migliore delle risorse naturali. Un esempio dal quale l’industria dell’auto, oggi in profonda crisi, potrebbe lasciarsi ispirare per rinnovare e rendere più sostenibile i propri prodotti.

(Publiredazionale)