Lo scandalo del latte in polvere neozelandese, le mamme cinesi e l’effetto a cascata della globalizzazione

[8 agosto 2013]

Oggi l’agenzia ufficiale cinese Xinhua scrive che «numerose marche di latte in polvere straniere rischiano di veder calare le loro vendite in Cina  per il fatto che hanno venduto dei prodotti contenenti il concentrato di proteine del lattosio infettate da un batterio  botulinico di Fonterra, il gigante neozelandese del settore lattiero. Di fronte all’attuale crisi di coscienza dei consumatori sembra emergere una sorta di effetto farfalla».

Dopo lo scandalo della melanina, i produttori cinesi di latte in polvere avevano dovuto cedere quote di mercato alle imprese straniere ed in particolare ai produttori  neozelandesi  che assicuravano «latte puro al 100%», ora i produttori cinesi si prendono una amara rivincita, visto che i consumatori non si fidano più di nessuno».

La vicenda del latte in polvere sta facendo emergere in Cina la necessità di rafforzare controlli ancora molto deboli sul latte in polvere importato e Xinhua avverte che «sarà sempre più difficile per le piccole imprese straniere poter mettere piede e sopravvivere nel mercato cinese, quando i controlli saranno sempre più stringenti e la concorrenza sempre più vivace».

I prodotti contaminati neozelandesi sono stati importati in Ciana da 4 società: Hangzhou Wahaha Health Food, Hangzhou Wahaha Import&Export, Shanghai Tangjiu Group, Dumex Baby Food. Anche un’altra società neozelandese, Nutricia, ha ritirato i suoi prodotti lattieri Karicare dal mercato cinese perché sono contaminati.

Lo stesso ministro del commercio della Nuova Zelanda ha ammesso che i cinesi non possono far altro che sospendere le importazioni di latte in polvere dal suo Paese, dopo la scoperta di tossine botuliniche mortali in campioni di latte.  La cosa ha avuto subito ripercussioni sul mercato interno cinese, dove ormai l’80% del latte in polvere veniva importato dalla Nuova Zelanda.  Segno di una globalizzazione delle merci impazzita che dietro la retorica nasconde sempre la frode.

Può darsi che i produttori cinesi e le altre marche neozelandesi gioiscano per le disgrazie di Fonterra, ma la globalizzazione vuol dire anche che i consumatori rispondono con un sospetto globale ad una situazione deplorevole e pericolosa che riguarda una certa merce.

Per un piccolo Paese come la Nuova Zelanda, che ha fatto della qualità dei suoi allevamenti un brand, lo scandalo del latte in polvere è una vera e propria mazzata: il 5 agosto il dollaro neozelandese è crollato all’apertura del mercato dei derivati.

E lo scandalo Fonterra, come è già stato per l’ormai dimenticato Horsegate della carne di cavallo trovata nel sugo dei prodotti surgelati europei, non sembra aver ancora raggiunto il culmine della fiammata mediatica e sta avendo sui mercati un effetto a cascata, mentre i consumatori cinesi si pongono disperatamente la domanda di dove trovare latte sicuro per i loro bambini.

Passata la sbornia consumistica, come già successo in Occidente, alla fine anche le mamme cinesi capiranno che i bambini è meglio allattarli al seno.