Made in Italy sì o no? L’olio toscano continua a friggere nelle polemiche

[29 gennaio 2014]

Il New York Times ha lanciato il sasso nell’orcia, e uno tsunami d’olio s’è abbattuto su produttori e commercianti d’olio d’oliva italiano, noto per la sua superba qualità in tutto il mondo, ma che ora si scopre non così tanto italiano. Le polemiche che stanno montando in Italia sono più che comprensibili: si tratta di un danno d’immagine di quelli da far girare la testa. Per averne un quadro più chiaro ci pensano Assitol e Federolio, che snocciolano le cifre del settore: l’Italia è il primo esportatore al mondo di olio di oliva in confezioni, e la sua industria olearia vale oggi oltre 1 miliardo di euro per la bilancia commerciale nazionale, grazie all’impegno delle oltre 200 aziende che riescono ad alimentare positivamente la nostra economia, occupando oltre 3.000 persone.

Stringendo il focus sulla Regione simbolo dell’olio di qualità, ossia la Toscana, il colpo del NYT è tanto rilevante da far muovere direttamente il governatore Enrico Rossi, che rassicura: «Noi siamo talmente tranquilli e sereni sull’olio toscano che invitiamo formalmente l’autore del fumetto sul New York Times online a venire in Toscana, a vederla e a vedere come si fa il nostro olio. La Toscana ha sempre lavorato per valorizzare la qualità dei suoi prodotti ed è stata fra le prime ad ottenere, fin da metà anni ’90, il riconoscimento europeo dell’Igp, seguito poi dalle varie Dop». Per la precisione, puntualizza la Regione, la denominazione di origine più importante della Toscana è “l’olio extravergine di oliva Igp Toscano” (circa 35 mila quintali/annata 2012), seguita dalla “Dop Chianti Classico” con circa 2 mila quintali, dalla Dop “Terre di Siena”, la Dop Lucca e la Dop Seggiano, registrata di recente. Vi sono poi dai 7 ai 10 mila quintali, a seconda delle annate, di olio certificato “biologico”.

«Ai consumatori americani diciamo che sull’olio Toscano stiano tranquilli – chiosa Rossi – peraltro il 70% dell’olio toscano Igp è esportato proprio negli Usa. La qualità però deve avere un giusto prezzo, se un olio costa pochi dollari o pochi euro deve mettere in sospetto il consumatore accorto». A dar man forte al governatore interviene anche l’assessore all’Agricoltura, Gianni Salvadori, che aggiunge: «Sono certo che l’autore o gli autori di quelle vignette non conoscono la Toscana, per questo diciamo che li invitiamo a conoscere la produzione toscana che è di alta qualità, lo facciamo formalmente. Siamo pronti, anche domattina, ma chiediamo l’impegno, quando si saranno resi conto di come lavoriamo, che ritirino quanto hanno pubblicato».

L’insulto all’immagine e alla tipicità dell’olio extravergine italiano è stato insomma avvertito forte, e anche la Cia Toscana si esprime in termini analoghi a quelli delle istituzioni, calcando con mano ancor più pesante. «Più che una denuncia – osserva infatti la Cia Toscana – quella del quotidiano Usa appare soltanto un gettare fango sull’olio italiano. In questo modo non si contribuisce alla lotta alle sofisticazioni e alle frodi, ma si danneggia un settore nel suo complesso, si penalizzano migliaia di produttori e si fa confusione tra i consumatori. Pertanto, non un servizio alla corretta informazione. Unicamente un danno d’immagine e, inevitabilmente, economico».

«Le vignette del “New York Times” – continuano gli agricoltori – pur denunciando un problema che i produttori e le loro organizzazioni conoscono e stanno, per questo motivo, combattendo con fermezza, non fanno certo bene non solo alla nostra olivicoltura, ma a tutta l’agricoltura italiana. E’ quindi, un attacco al lavoro e ai sacrifici degli agricoltori del nostro Paese». Il problema è, appunto, che quella del New York Times potrà essere, sì, un’azzardata generalizzazione, ma anche la rappresentazione di una realtà di scarsa trasparenza nella filiera dell’olio che gli stessi agricoltori hanno dovuto di nuovo ammettere.

La stessa Coldiretti, come abbiamo riportato ieri, ha confermato che la Toscana commercializza 10 volte tanto l’olio che i suoi olivi sarebbero fisicamente in grado di produrre, e dunque l’eccesso da qualche parte dovrà pur arrivare: Spagna, Marocco e Tunisia rimangono i principali indiziati. Di questa macchia subiscono danno gli agricoltori e i commercianti virtuosi, che all’olio prodotto mischiano soltanto (metaforicamente, s’intende) il sudore della propria fronte servito per produrlo. In un momento di forte crisi economica come quello che ancora stiamo vivendo la bandiera del made in Italy (e del made in Tuscany) rimane un punto di forza, ma che in questo modo rischia di andare a farsi friggere – è il caso di dirlo. Per evitare quello che sarebbe un danno enorme è necessaria maggiore trasparenza, e quella involontariamente offerta dal New York Times è l’occasione per partire proprio dall’olio: sarebbe una risposta forte sia ai dubbi dei cittadini italiani e toscani che ai consumatori di tutto il mondo. Se non siamo noi i primi a difendere le proprie eccellenze non possiamo certo aspettarci che lo facciano all’estero al posto nostro.