Un nuovo studio del Worldwatch Institute esamina il trend del mercato globale

Materie prime, ecco perché il superciclo delle commodities ha rallentato

«Le grandi banche d'investimento dominano il paesaggio»

[2 ottobre 2013]

Nel 2012 i prezzi delle materie prime sono calati del 6%, un forte stop rispetto alla crescita vertiginosa durante il “commodities supercycle” del 2002-2012, quando i prezzi sono saliti in media del 9,5% all’anno, cioè del 150% in un decennio. Secondo il rapporto Commodity Supercycle Slows Down in 2012, pubblicato da Vital Signs del Worldwatch Institute, «Questo cambio di passo è in gran parte attribuito al passaggio della Cina a una crescita a meno alta intensità materie prime. Eppure, mentre i prezzi sono diminuiti complessivamente nel 2012, alcune categorie di merci, energia, cibo e di metalli preziosi, hanno continuato la loro decennale tendenza di aumento dei prezzi».

Nel 2012, i prezzi del petrolio, anche se ancora alti, sono rimasti stabili, con il prezzo medio di vendita per il greggio di circa 105 dollari al barile. Nel 2012, il prezzo medio annuo dell’oro è stato di 1.669 dollari per oncia troy (oz t.), Un aumento del 3,9% sul 2011. L’argento è sceso del 13%, a 31,15 dollari per oz t., Il platino è sceso dell’11,7%,  a 1.551 dollari per oz t. Il palladio è calato del 14%, a 643 dollari per oz t.

L’autore dello studio, Mark Konold, spiega che «Il commodities market  è costituito da varie materie prime e prodotti agricoli con un valore fluttuante che vengono acquistati e venduti negli scambi globali. Questi  includono i prodotti agricoli, come mais, frumento, soia e cotone, le fonti di energia, come il petrolio greggio ed gas naturale, i metalli utilizzati nelle costruzioni, come il rame e l’alluminio, ed i metalli preziosi che vengono spesso utilizzati per la sicurezza finanziaria, come ad come l’oro, l’argento e il platino».

Prima del 2002 i prezzi delle materie prime erano stati generalmente in declino per decenni, ma la rapida crescita delle economie emergenti dopo il 2000 e l’urbanizzazione hanno portato ad un aumento della domanda. Adesso questa domanda si è scontrata con rifornimenti limitati dalla scarsità di investimenti e con le nuove difficoltà derivanti da più stringenti norme ambientali, e giacimenti minerari e di idrocarburi sempre più difficili da raggiungere e sfruttare. Questo ha portato ad un boom dei prezzi delle materie prime nei successivi 10 anni.

Quello che è stato chiamato il supercycle, e del quale la finanza ha approfittato impossessandosi del commodities market che, scrive  Konold, «E’ passato dall’essere poco più di un servizio bancario come un input alla negoziazione ad essere una risorsa vera e propria full-fledged asset class, quello che la gente chiama “la finanziarizzazione delle commodities”. Ai giorni nostri, le grandi banche d’investimento che partecipano sia agli aspetti finanziari e che commerciali del commodities trading dominano il paesaggio».

All’inizio del secolo i commodity assets gestivano poco più di 10 miliardi di dollari: nel 2008 erano salite a 160 miliardi dollari, anche se 57 miliardi dollari venivano “persi” dal mercato nello stesso anno all’inizio della crisi finanziaria globale, rendendo chiare quali fossero le origini e le cause del crack dell’ipercapitalismo finanziario.  Ma si è trattato di un calo di breve durata, ed alla fine del terzo trimestre del 2012, il totale dei commodity assets gestiva l’incredibile cifra di 439 miliardi dollari.

La diffusa siccità nel 2012 ha avuto un effetto negativo sulle commodity agricole, con il mais che ha subito il colpo più duro. Secondo il Fondo Monetario Internazionale, «Il mais è la coltura più vulnerabile agli shock dei prezzi, perché le scorte di grani rimangono basse». Nel 2011, le rese di mais si erano attestate a 147 bushel per acro (un  bushel equivale a 35.24 litri, ndr)   ma nel 2012 i rendimenti sono calati a 122,6 bushel, il 17% in meno, con una leggera ripresa solo alla fine dell’anno.

Konold evidenzia che «A complicare ulteriormente la dinamica dei prezzi nel settore agricolo c’è l’uso finale di un raccolto, soprattutto se viene utilizzato per il cibo o per i biocarburanti. Secondo un rapporto del 2011 dalla Farm Foundation, l’utilizzo del mais mondiale nella categoria “cibo, semi e industriale” si è esteso dell’88% dalla campagna di commercializzazione 2005-06. L’etanolo rientra in questa categoria. Durante questo periodo negli Stati Uniti l’utilizzo del mais è aumentato di 2,23 miliardi di bushel, e l’utilizzo di mais per l’etanolo è aumentato di 2,46 miliardi di bushel. La forte domanda ha messo otto pressione al rialzo i prezzi del mais ed il  prezzo di altre “commodities displaced” a causa dell’espansione dell’area dedicata alla produzione di mais».

Durante il commodities supercycle  il prezzo dei metalli preziosi è cresciuto fortemente, sebbene il tasso di aumento dei prezzi per alcuni metalli preziosi sia recentemente rallentato, l’oro nel 2012 ha continuato la sua corsa, come testimonia il pullulare di “compro oro” nelle città italiane e dei Paesi europei più in crisi. Lo stoccaggio di scorte da parte dei proprietari è stato un altro motivo per cui il prezzo dei metalli è rimasto sostenuto nel 2012. Visto che la domanda di metalli è diminuita dall’inizio della crisi finanziaria nel 2008, i proprietari mettono da parte scorte per sostenere i prezzi. In un anno, le scorte di metalli registrate al London Metal Exchange sono schizzate al 313%, quindi le banche e le trading companies hanno cominciato a comprare “warehouse space” e “storing surplus supplies”, gonfiando così i prezzi dei metalli.

Non resta da constatare come il potere finanziario globale affermi ormai in modo determinante la propria volontà sulla dimensione dell’economia reale, che per sua natura è racchiusa all’interno dei flussi di materia ed energia che mobilita durante l’arco di tutto il suo ciclo di produzione e consumo. Senza una decisa volontà politica a livello globale che orienti tali cicli verso un utilizzo efficiente (e quantitativamente sostenibile) dei flussi e ne regoli le dinamiche appare difficile immaginare un’altra via per togliere alla finanza la presa ferrea che riesce adesso a esercitare sulle commodities, partendo da una situazione di dominio semi-assoluto.

Lo stesso rapporto del  Worldwatch Institute è molto prudente di fronte all’esame di questa follia economica che si autoalimenta: «Il rallentamento della crescita dei prezzi delle materie prime nel 2012 è stato davvero notevole, ma non è ancora chiaro se il supercycle sia completamente finito. I prezzi sono ancora molto più alti di quanto non fossero nel 2002, ma il drammatico rallentamento della domanda cinese ha fatto abbandonare agli investitori questi mercati. Entro la fine di aprile 2013, i mercati delle materie prime hanno visto una perdita di 63 miliardi dollari, e la Barclays Bank ha sostenuto che commodity assets in gestione erano scesi al livello più basso in tre anni. Si sta prendendo un po’ di tempo in più per scoprire se il mercato delle materie prime si sia raffreddato in modo permanente, se si invertirà drasticamente, o se prende e riprenderà il suo “blistering pace”».