La moda torna a casa, ma la Toscana con questo reshoring non si salva la pelle

[13 gennaio 2014]

La consueta e rassicurante replica invernale di Pitti Uomo, la kermesse che concentra la moda mondiale nella Fortezza da Basso di Firenze si è trasformata nell’occasione per l’imprimatur ufficiale delle istituzioni italiane (locali e non) a uno dei pochi settori economici che è rimasto ben vivace nonostante il grigiore della crisi. Se nel 2013 le esportazioni del settore sono cresciute (+3,7%) fino a raggiungere quota 5,2 miliardi di euro, ancora più significativo è il dato sul lungo termine, con l’export che è riuscito addirittura a superare i livelli pre-crisi. La Toscana, in questo scenario, è in assoluto tra i più acclamati attori, tanto che oltre a esportare beni riesce adesso a (re)importare imprese.

Come documenta un interessante articolo de la Repubblica Firenze, la nostra Regione sta vivendo oggi una sorta di reshoring della pelletteria, eccellenza nel panorama nazionale. Si tratta di quel fenomeno reso noto al mondo dagli Stati Uniti, dove molte imprese manifatturiere a stelle e strisce – frequentemente tra le big mondiali, vedi la Apple – stanno adesso tornando a casa, vedendo pian piano sfumare le possibilità di sfruttare un costo del lavoro da fame in altri paesi. Oltreoceano si tratta di un piano di politica industriale ad ampio raggio, voluto e sponsorizzato con forza dal presidente Obama, mentre alle nostre latitudini gli spunti in proposito sono ancora troppo frammentari, e concentrarsi esclusivamente su settori come la moda potrebbe essere un traino momentaneo, ma non aiuta molto a spostare l’economia regionale verso una produzione a più alta sostenibilità ambientale (e anche su quella sociale ci sono dei dubbi, visto le note vicende che non solo recentemente hanno riguardato il tessile pratese).

La sfida del made in Tuscany, una punta di diamante del già brillante made in Italy, è quella di coniugare bellezza, qualità e conoscenza della produzione artigianale con imprese e tecnologie ad alto tasso di conoscenza, strumento indispensabile per un’economia più verde. Quel che il commissario Ue per l’Azione climatica osserva per l’Europa intera vale a maggior ragione per noi: «L’innovazione, la tecnologia e l’aumento dell’efficienza dell’energia e delle risorse costituiscono il vantaggio competitivo dell’Europa. Le misure per il clima apportano la maggior parte di questi vantaggi economici. Ciononostante alcune imprese e certi responsabili politici temono che le politiche climatiche possano spingere le imprese a forte intensità energetica a lasciare l’Europa».

Questa è una consapevolezza che ancora non si è realizzata appieno nelle istituzioni locali, che pur non sono rimaste immobili, e soprattutto in quelle nazionali. Il reshoring delle imprese della pelle, che rimangono un’eccellenza da difendere, è una buona notizia per l’economia locale, ma da sola non basta per diventare un successo regionale. Finché non saranno coinvolti altri settori strategici e ad alto tasso di conoscenza, favorendone con maggior organicità e impegno il rientro, e fino a quando non ci saranno le condizioni perché nuove e sostenibili realtà possano sbocciare sul territorio regionale si tratterà di una rivoluzione a metà. Tornando in Toscana l’industria della moda potrà forse salvare la pelle (è proprio il caso di dirlo) a se stessa, ma non risollevare da sola la regione. E certamente trasformarsi nella boutique per i ricchi del mondo potrà essere ammaliante, ma di certo non sostenibile. Il rischio che l’economia toscana (e italiana) continui a non saper dove andare è molto alto, e che ci vada ben vestita non è una consolazione.