Nasce il ministero dell’Agroalimentare: cosa ne pensano gli agricoltori

L’agricoltura italiana tra ottimismo renziano e difficoltà nei campi e nelle stalle

[14 gennaio 2016]

Ministero dell'agroalimemntare

Ieri il presidente del Consiglio Matteo Renzi ha confermato le anticipazioni che il ministro delle politiche agricole Martina aveva fatto prima di Natale all’assemblea della Coldiretti: «Con i decreti Madia il ministero dell’Agricoltura prenderà il nome di ministero dell’Agroalimentare,  un ministero centrale nello sviluppo e nell’ identità del sistema Paese». Poi Renzi ha spiegato sula sua pagina Facebook che «Fino a qualche tempo fa c’era chi pensava all’agricoltura come a un retaggio del passato. Ma noi sappiamo bene che non è così; è, invece, un settore strategico della nostra economia, dove emergono le qualità, le capacità, l’identità stessa del nostro paese, del nostro territorio, anche nel mondo. Pensate al cibo, al food, settore in cui l’Italia non ha rivali sul pianeta. È una parte importante del presente dell’Italia e dell’impegno del nostro Governo e lo sarà sempre di più in futuro: per questo abbiamo deciso, ad esempio, di cambiare il nome del ministero guidato da Maurizio Martina che da ministero delle politiche agricole alimentari e forestali prenderà il nome di Ministero dell’Agroalimentare».

Secondo il presidente della Coldiretti Roberto Moncalvo, si tratta di «Un passo necessario per valorizzare i primati dell’agroalimentare Made in Italy nella definizione delle misure che vanno dalla tutela della qualità e delle caratteristiche degli alimenti alle norme sull’etichettatura fino agli interventi per ottimizzare la penetrazione dei mercati esteri e raggiungere presto l’obiettivo dei 50 miliardi di export fissato dal presidente del Consiglio. Si tratta di una scelta importante per avere un interlocutore di governo forte e univoco nei confronti dell’Unione Europea dalla quale dipendono oggi gran parte delle politiche nell’agroalimentare ma anche per rafforzare la filiera agroalimentare Made in Italy dal campo alla tavola. Non è un caso che da tempo la Francia può contare su un unico Ministero dell’agricoltura, dell’agroalimentare e delle foreste».

Il presidente di Confagricoltura Mario Guidi, è favorevole al cambio di nome del ministero: «Il fatto che il governo consideri  l’agroalimentare volàno di sviluppo dell’economia del Paese, prevedendo risorse importanti per il credito e per gli investimenti ed adeguando a questa visuale il dicastero deputato, ci trova pienamente favorevoli. Apprezziamo il cambio di passo che il premier Renzi ed il ministro Martina vogliono attuare, accogliendo in pieno le richieste di Confagricoltura. Rendere il Mipaaf un “ministero per l’Agroalimentare”  è una proposta che Confagricoltura aveva presentato nel 2013 in occasione della presentazione di uno studio sull’agronetwork realizzato con l’Università Luiss Guido Carli. Come avevamo sottolineato all’epoca, l’importante non sarà solo cambiare la denominazione, ma anche la fisionomia del dicastero, per farlo essere un hub, un centro nevralgico per lo sviluppo dell’agroalimentare. Il ministero per l’Agroalimentare dovrà fare da “snodo”, permettendo di condividere le conoscenze, favorire la collaborazione tra imprese, coordinare i progetti territoriali, allocare correttamente le risorse sui fattori strategici, tagliare drasticamente la burocrazia. Le Regioni dovranno essere al servizio di questa strategia. Non possiamo più permetterci politiche agroalimentari non coordinate».

Renzi ha dato l’annuncio del cambio di nome del ministero durante l’incontro a Palazzo Chigi per la firma del protocollo d’intesa tra Mipaaf e Intesa San Paolo con un plafond di 6 miliardi di credito in un triennio e ha detto che «Nei prossimi 3 anni verranno stanziati 6 miliardi di credito dedicati all’agroalimentare. Risorse che permetteranno nei prossimi anni 10 miliardi investimenti e creeranno, si stima, 70mila posti di lavoro».

Secondo Renzi Expo 2015 di Milano è stato una straordinario volano per l’agricoltura italiana e ha evidenziato che «Il 2015 è stato l’anno in cui abbiamo battuto il record delle esportazioni dell’agroalimentare: 36 miliardi di euro, oltre ad aver riconquistato il primato mondiale – con buona pace dei nostri amici francesi – di produzione vinicola. Nella primi 6 mesi del 2015 il Pil agricolo in Italia è aumentato del 6%, creando 20mila nuovi occupati, in particolare tra i giovani. Nei primi 10 mesi del 2015 nel settore agroalimentare sono nate 53mila nuove imprese. Abbiamo speso il 98% dei fondi europei nello sviluppo rurale» e ha detto che con la  legge di stabilità, che toglie  Imu e Irap dai terreni agricoli, gli agricoltori risparmieranno 600 milioni.

Renzi dopo aver ricordato le altre misure prese dal governo a favore dell’agricoltura e della pesca, ha detto che «Con il progetto Sprecozero ci siamo posti l’obiettivo di recuperare 1 milione di tonnellate di cibo nel 2016, il tema fondamentale dello spreco alimentare, in linea con l’idea una società più sana, più consapevole, più sobria, più responsabile».

Il presidente della Confederazione italiana agricoltori, Dino Scanavino, è intervenuto sul protocollo d’intesa tra Mipaaf e Intesa San Paolo: «Accordo positivo per agevolare gli investimenti. Ancora 4 aziende agricole “giovani” su 5 hanno difficoltà nell’accesso ai finanziamenti. Più in generale, serve un progetto di rilancio organico a sostegno del comparto, che sconta ancora tante difficoltà, come i prezzi alla stalla non remunerativi per il segmento lattiero-caseario o la crescita esponenziale dell’import a dazio zero di olio d’oliva dalla Tunisia».

Scanavino ha sottolineato che «L’agroalimentare rappresenta un asset sempre più strategico per la ripresa del Paese e richiede, quindi, interventi e investimenti mirati. Per questo è molto positivo il protocollo d’intesa siglato tra Mipaaf e Intesa San Paolo alla presenza del premier Matteo Renzi, che prevede un plafond dedicato pari a 6 miliardi di euro in tre anni. Con l’indotto, il settore agroalimentare vale il 15% del Pil italiano e nell’ultimo anno ha raggiunto il record storico di 36 miliardi di euro di export, grazie anche a Expo che l’ha posto al centro del palcoscenico mondiale. Ma è altrettanto vero che il comparto continua a confrontarsi con problemi e ostacoli, tra cui appunto l’accesso al credito. Un discorso valido soprattutto per le nuove generazioni di imprenditori agricoli, con 4 aziende “under 40” su 5 che denunciano ancora difficoltà nell’accedere ai finanziamenti».

Ma Scanavino non traccia lo stesso quadro ottimistico dell’agricoltura italiana dipinto da Renzi: «Più in generale, per trasformare realmente l’agroalimentare in un volano di sviluppo del Paese, è necessario oggi un progetto di rilancio complessivo che, da un lato preveda misure orizzontali (come ad esempio l’alleggerimento del carico fiscale e la semplificazione della burocrazia), dall’altro lato misure a sostegno dei singoli segmenti produttivi. E tra i settori che, in una fase di particolare incertezza come quella che stanno vivendo, meritano attenzione e necessitano di aiuto c’è sicuramente il lattiero-caseario, che lotta con prezzi alla stalla non remunerativi e prospettive reddituali tutte da valutare dopo trent’anni di sistema delle quote, nonché la zootecnia da carne, con la forte dipendenza dall’estero dei ristalli e una filiera che sconta limiti organizzativi e scarsa modernità. Poi c’è l’ortofrutta, che è stata oggetto delle restrizioni imposte dalla Russia, e l’olio d’oliva alle prese non solo con la Xylella, ma anche con l’aumento esponenziale dell’import dalla Tunisia, che rischia ora di peggiorare con la concessione decisa dall’Ue di un ulteriore incremento temporaneo a dazio zero dal paese africano verso l’Europa di 35 mila tonnellate fino al 2017. Solo adottando al più presto un quadro organico di misure a favore del settore, l’agroalimentare potrà continuare a fornire un prezioso contributo alla crescita dell’economia nazionale e essere la principale voce del “made in Italy” nel mondo».