Cosa c’è dietro la Nutella simbolo nazionale con ingredienti globali

Nutellomics, o dell’economia globalizzata: made in Italy maddeché

Ogni anno la celebre crema vende più di 1 milione e 325mila miliardi di calorie

[16 dicembre 2013]

C’è sempre qualcosa dietro, anche per la Nutella. Il motto che ha reso celebre una vecchia pubblicità della Kinder-Ferrero (chi ricorda il volto di un giovanissimo Paolo Ruffini?) vale ora anche per la più famosa crema spalmabile al mondo. A certificarlo si è scomodato addirittura l’Ocse, la parigina Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, che ha utilizzato proprio l’esempio della Nutella nel suo ultimo rapporto sulle catene globali del valore, indice di quanto la produzione e il commercio globali siano sempre più interconnessi.

«L’obiettivo principale di questo lavoro – scrive l’Ocse – è quello di fornire elementi di prova per consentire un più accurato esame della posizione dei paesi nelle reti produttive internazionali». E la Nutella ha seminato indizi sparsi per tutto il globo: venduta ai quattro angoli della terra (in 75 diversi paesi, per la precisione), da altrettanti riceve i suoi ingredienti.

«La sede principale del gruppo Ferrero è in Italia – scrive Internazionale – ma l’azienda la produce in nove stabilimenti in Europa, Russia, Nordamerica e Sudamerica. Le nocciole vengono dalla Turchia, l’olio di palma dalla Malesia, il cacao dalla Nigeria, lo zucchero dal Brasile o dall’Europa e l’aroma di vaniglia dalla Francia». Solo alcuni rifornimenti vengono fatti a livello locale (vedi mappa in photogallery, ndr), ad esempio la plastica delle bottiglie, ma anche in questo caso la materia prima non proviene certo dall’Italia.

Quello della Nutella è un caso-studio perfetto per osservare da vicino l’onda dirompente della globalizzazione durante gli anni. Era il 1946, nell’immediato periodo post-bellico, quando un pasticcere piemontese, Pietro Ferrero, creò nella città di Alba il Giandujot – una pasta dolce a forma di panetto spalmabile – mettendo insieme nocciole (che in loco abbondavano) e un po’ di zucchero e cacao: quest’ultima materia prima scarseggiava, e Ferrero s’era inventato un cioccolato per poveri. Quando nel 1964 nasce il marchio Nutella, il barattolo ora famoso nel mondo ancora si portava ben impressa addosso questa eredità.

Adesso che le nocciole, come certifica l’Ocse, arrivano non più dal Piemonte ma dalla Turchia, la Nutella è il simbolo (ancora italiano, quello sì) di una multinazionale che vende ogni anno circa 250mila tonnellate di questa crema, mettendo sul mercato qualcosa come l’iperbolica cifra di 1 milione e 325mila miliardi di calorie. La Nutellomics può essere assunta anche dall’Ocse come bandiera di quest’economia globalizzata che farebbe rabbrividire chi con la Coldiretti ha protestato contro l’invasione di materie prime straniere nei prodotti made in Italy, bloccando nei giorni scorsi l’autostrada del Brennero.

Quest’emancipata Nutella, così lontana dal suo autarchico antenato, sembra ormai avere molto poco da dire per la sostenibilità (ambientale in primis), se non confermare una volta di più come la globalizzazione sia un fenomeno troppo grande per essere invertito. Con le nostre scelte di consumo possiamo però chiedere almeno che la globalizzazione non sia solo delle merci, ma anche dei diritti e dei vincoli ambientali da rispettare. Così finora quasi mai è stato, ma qualcosa dietro – Nutella docet – c’è sempre. E la sorpresa dietro l’angolo per una volta potremmo provare a deciderla noi.