Ogm accordo raggiunto all’Ue. Greenpeace: «Lascia esposti gli Stati agli attacchi del biotech»

[4 dicembre 2014]

Secondo il ministro dell’ambiente  Gian Luca Galletti  «L’accordo di principio raggiunto tra Consiglio, Commissione e Parlamento Ue a Bruxelles ci porta molto vicini a un grande traguardo europeo sotto la Presidenza di turno italiana: il riconoscimento della sovranità e dell’autonomia dei singoli Stati nella coltivazione degli Ogm. Con questo testo, ancora soggetto a una riconferma formale da parte del Coreper (Comitato degli Ambasciatori Ue, ndr)  abbiamo raggiunto un compromesso equo e bilanciato, attento a valorizzare le realtà dei singoli Stati, che crea finalmente le condizioni necessarie per garantire la libertà di scelta a livello nazionale sulla coltivazione degli Ogm. Su un argomento così delicato, che riguarda tutta la società, dagli agricoltori ai consumatori, credo sia arrivato dalle istituzioni europee un segnale di grande responsabilità e attenzione».

Ma Greenpeace non la pensa esattamente come il ministro  sull’esito del lungo negoziato, conclusosi a tarda notte a Bruxelles sulla proposta di direttiva riguardante gli organismi geneticamente modificati e per concedere ai Paesi Ue il diritto di vietare la coltivazione di Ogm sul loro territorio.  il testo concordato «non permette ai Paesi di utilizzare motivazioni di carattere ambientale per giustificare i bandi nazionali».

Federica Ferrario, responsabile campagna agricoltura sostenibile di Greenpeace Italia, sottolinea che «Il Consiglio Ue dice di voler dare ai Paesi membri il diritto di vietare le colture transgeniche sul loro territorio, ma il testo concordato non dà ai governi solide basi legali per poterlo fare.  I Paesi che vogliono bandire la coltivazione di Ogm non potranno usare evidenze di danni ambientali. Questo li lascia esposti ad attacchi legali da parte dell’industria biotech».

Greenpeace conferma tutte le sue critiche precedenti: «Il testo concordato è giuridicamente debole e ignora le richieste del Parlamento europeo di ripristinare il diritto dei Paesi di utilizzare motivazioni di carattere ambientale per giustificare i bandi nazionali».