Ogm, accordo Ue buono ma l’Italia deve frenare subito Monsanto

[13 gennaio 2015]

Il Parlamento europeo ha approvato l’accordo tra Consiglio, Commissione e la stessa Strasburgo sulla riforma della Direttiva in materia di Ogm che sancisce il diritto degli Stati Membri di vietare la coltivazione delle sementi Ogm nel loro territorio, per motivi di natura economica ed agricola.

Una norma discutibile e ancora lacunosa, come gisutamente osserva Greenpeace, e che avrà bisogno di mesi prima di essere recepita in Italia, mentre dobbiamo invece difenderci subito dal mais transgenico della Monsanto.

In Italia, ricorda sempre Greenpeace, è in vigore un divieto temporaneo, fortemente voluto da associazioni di produttori, consumatori e ambientalisti, che vieta la coltivazione dell’unico OGM autorizzato per la coltivazione in Europa, il mais MON810.

«Ci vorranno mesi – ha detto Federica Ferrario, campagna Agricoltura sostenibile di Greenpeace Italia – per recepire la nuova norma sui bandi approvata oggi mentre è importante che il governo italiano rinnovi e rinforzi il bando in essere alle coltivazioni OGM nel nostro Paese».

Secondo la nuova legge, le motivazioni con cui il governo può giustificare il bando “non devono, in nessun caso, confliggere con la valutazione di impatto ambientale” condotta dall’EFSA (Autorità europea per la sicurezza alimentare). In altre parole i governi non possono basare i bandi su specifici impatti ambientali o evidenze di possibili danni da parte delle coltivazioni OGM a livello nazionale, anche nel caso in cui questi rischi non siano stati presi in considerazione da parte della valutazione dell’EFSA.

«Questa legge – ha concluso Ferrario – dovrebbe garantire ai Paesi membri le basi legali per vietare la coltivazione di OGM nel proprio territorio, ma contiene lacune preoccupanti. Concede alle aziende biotech la possibilità di negoziare direttamente con i governi e non permette ai Paesi di utilizzare motivazioni di carattere ambientale per giustificare i bandi nazionali».  Posizione critica anche di Aiab, Federbio e l’Associazione Agricoltura Biodinamica, che intravedono una problematicità soprattutto sulla «debolezza rispetto alle motivazioni ambientali invocabili dagli Stati Membri per vietare la coltivazione sul proprio territorio possa lasciare sul piano giuridico ampi spazi di contestazione alle multinazionali». Anche per Slow Food Italia «il testo è ancora troppo debole».

Più entusiasta il ministro delle politiche agricole Maurizio Martina che all’ansa ha dichiaro: «È un successo della Presidenza italiana sul quale abbiamo lavorato intensamente con il Ministro Galletti che ha presieduto in questi mesi il Consiglio dei Ministri dell’Ambiente competente sulla materia Ogm. È una scelta che risponde alle attese degli agricoltori, dei territori e di tutti gli italiani che hanno a cuore la qualità, la tipicità dei nostri prodotti alimentari e la distintività del nostro modello agricolo».

Soddisfazione di Legambiente, «E’ un importante passo avanti rispetto alla situazione attuale e alla pozione del Consiglio adottata lo scorso giugno – dichiara il presidente di Legambiente Vittorio Cogliati Dezza – Intanto, però, per salvaguardare l’agricoltura italiana va subito prorogato il decreto di divieto di coltivazione degli ogm attualmente in vigore nel nostro paese e appena la nuova direttiva entrerà in vigore bisognerà attivare subito la procedura di recepimento nazionale».

 

L’entrata in vigore della nuova direttiva è prevista per marzo-aprile  2015. Con la sua applicazione, il divieto di coltivazione di ogm autorizzati può avvenire per ragioni socioeconomiche, di uso dei suoli, di pianificazione territoriale, di contaminazione transgenica di altre coltivazioni, di politica agricola e di politica ambientale. In quest’ultimo caso, purtroppo, solo per valutazioni “distinte e complementari” rispetto alla valutazione di rischio ambientale che compete esclusivamente all’EFSA. Si tratta della conseguenza del non aver modificato la base giuridica della direttiva passando – come chiedeva il Parlamento – dall’attuale articolo 114 (mercato interno) al 192 (ambiente) del Trattato.

Tuttavia, si introduce finalmente la clausola di revisione – entro due anni dall’entrata in vigore della nuova direttiva – della procedura di valutazione del rischio ambientale, in modo da colmare le sue attuali lacune dell’attuale sistema di autorizzazione comunitaria degli ogm.

«Contrariamente a quanto previsto inizialmente dal Consiglio  aggiunge Cogliati Dezza con la nuova direttiva il paese che deciderà di vietare la coltivazione transgenica potrà farlo sempre, anche in caso di opposizione dell’impresa biotech. Inoltre, il divieto di coltivazione è possibile anche per un ogm autorizzato e in qualsiasi momento del periodo di autorizzazione, mentre nella posizione iniziale del Consiglio il divieto era possibile solo nei primi due anni di autorizzazione».

Gli Stati membri non hanno più l’obbligo di chiedere direttamente alle imprese biotech di modificare l’area di coltivazione dell’ogm già autorizzato per ottenere il divieto di coltivazione sul loro territorio nazionale. La Commissione continuerà a svolgere un ruolo centrale anche per questo particolare aspetto della procedura di autorizzazione, facendo da tramite con l’impresa biotech richiedente l’autorizzazione, che non ha alcun potere di rifiuto della richiesta di divieto.