Ma i Paesi in via di sviluppo fanno dei progressi

Onu: nel mondo la fame colpisce 842 milioni di persone, e la crescita da sola non basta

Senza politiche adeguate non genera posti di lavoro e reddito per tutti

[1 ottobre 2013]

Secondo il rapporto Onu sulla fame nel mondo, The State of Food Insecurity in the World- The multiple dimensions of food security (Sofi 2013)  «Le ultime stime per il 2011-13 indicano che sono 842 milioni,  ovvero circa una su otto,  le persone al mondo che soffrono di fame cronica, e che non hanno abbastanza cibo per condurre una vita sana e attiva». Il rapporto congiunto delle agenzie alimentari delle Nazioni Unite (Fao, Ifad e Wpf/Pam) indica però un calo  della fame nel mondo, visto che «Il numero complessivo è sceso rispetto agli 868 milioni del periodo 2010-12», ma sottolinea che «La stragrande maggioranza delle persone che soffrono la fame vive ancora nei Paesi in via di sviluppo, mentre 15,7 milioni vivono nei Paesi sviluppati».

Le conclusioni e le raccomandazioni del Sofi  2013 saranno discusse da rappresentanti dei governi, della società civile e del settore privato nella prossima riunione del Comitato sulla sicurezza alimentare mondiale che si terrà dal 7 all’11 ottobre alla Fao a Roma.

Nella prefazione del  rapporto José Graziano Silva (Fao), Kanayo F. Nwanze (Ifad) e Ertharin Cousin (Wfp/Pam)  chiedono a tutti i Paesi del mondo di «Intervenire subito e con maggiore impegno.  Con una spinta finale, entro il prossimo biennio, l’obiettivo di sviluppo del Millennio si può ancora raggiungere» e raccomandano «Interventi in agricoltura, e nei sistemi alimentari nel loro complesso, ma anche nei servizi sanitari, nell’istruzione, con una particolare attenzione alle donne. Le politiche volte a migliorare la produttività agricola ed aumentare la disponibilità di cibo, soprattutto per i piccoli agricoltori, possono conseguire una riduzione della fame anche laddove la povertà è molto diffusa. Quando sono associati con misure di protezione sociale che aiutano a far aumentare i redditi delle famiglie povere, possono avere un effetto ancora più positivo e stimolare lo sviluppo rurale, attraverso la creazione di mercati e opportunità di lavoro, con una conseguente crescita economica equa».

Fao, Ifat e Wpf/Pam dicono che sono molti i fattori che hanno contribuito a migliorare la disponibilità di cibo: «Tra questi la costante crescita economica nei Paesi in via di sviluppo che ha migliorato il reddito e l’accesso al cibo; e una ripresa della produttività agricola, sostenuta da un aumento degli investimenti pubblici e da un rinnovato interesse degli investitori privati nel settore agricolo. Inoltre, in alcuni Paesi, le rimesse degli emigranti hanno avuto un ruolo importante nella riduzione della povertà, consentendo migliori diete e maggiore sicurezza alimentare, e contribuendo, in alcuni casi, anche a stimolare investimenti produttivi da parte dei piccoli agricoltori».

Ma quelle che secondo il Sofi sono più urgenti sono le politiche a favore dei poveri ed avverte che  «La crescita economica è fondamentale per il progresso nella riduzione della fame. Ma la crescita potrebbe non generare necessariamente posti di lavoro, migliori opportunità e reddito per tutti, a meno che non vi siano politiche specifiche per i poveri, soprattutto nelle aree rurali. Nei Paesi poveri, la riduzione della fame e della povertà potrà essere raggiunta con una crescita che non solo sia sostenibile ma anche ampiamente condivisa».

Il Sofi 2013 evidenzia anche che «Nonostante i progressi compiuti a livello globale, persistono marcate differenze geografiche nella riduzione della fame. L’Africa sub-sahariana ha fatto pochi progressi in questi ultimi anni e rimane la regione con la più alta percentuale di denutrizione, con un africano su quattro (24,8 per cento) che ne soffre. Non si registra nessun progresso in Asia occidentale, mentre l’Asia meridionale e l’Africa settentrionale hanno fatto piccoli passi avanti. Riduzioni più consistenti, sia nel numero di affamati che nella diffusione della denutrizione, vi sono state invece nella maggior parte dei paesi dell’Asia orientale, del Sud-est asiatico e dell’America Latina». Comunque, «Dal 1990-1992 ad oggi il numero totale delle persone sottonutrite nei paesi in via di sviluppo è sceso del 17 per cento passando da 995,5 milioni a 826,6 milioni».

Nonostante i dati siano non siano uniformi, il rapporto delle agenzie Onu sottolinea che «I Paesi in via di sviluppo nel loro insieme abbiano fatto notevoli progressi verso l’obiettivo di dimezzare la percentuale di persone che soffrono la fame entro il 2015, il primo degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio (Mdg) concordati a livello internazionale. Se il calo medio annuo dal 1990 ad oggi dovesse continuare sino al 2015, la percentuale di denutrizione riuscirebbe a raggiungere un livello vicino a quello richiesto dall’obiettivo di sviluppo del millennio sulla fame nel mondo. Rimane invece fuori portata, a livello globale, l’obiettivo più ambizioso fissato dal Vertice mondiale dell’alimentazione del 1996 (Wfs), di dimezzare il numero delle persone che soffrono la fame entro il 2015, anche se alla fine del 2012 ventidue paesi vi erano riusciti».

Il rapporto Onu non misura solo la fame cronica, ma presenta anche una nuova serie di indicatori per ogni Paese, «Per cogliere con maggiore precisione le molteplici dimensioni dell’insicurezza alimentare» e fa l’esempio di alcuni Paesi dove «La percentuale delle persone che soffrono la fame può essere bassa, ma allo stesso tempo i tassi di denutrizione possono essere molto elevati, come potrebbe dimostrare la percentuale di bambini rachitici (bassa altezza per l’età) o sottopeso, il cui sviluppo e salute futuri sono a rischio. Queste distinzioni sono importanti per migliorare l’efficacia delle misure volte a ridurre fame insicurezza alimentare in tutte le loro dimensioni».